Piego i panni distrattamente e li avvicino alla stufa per togliere un po’ di umidità prima di riporli nella cassettiera. Ma ho già la mente altrove… Sta riordinando gli appunti presi durante la mattinata, quei pensieri che si formano quando ascolti qualcuno in silenzio, aspettando di poter dire la tua che resta però solo tua. Almeno finché non ne gusti in bocca il sapore e senti che è abbastanza buono da condividerlo con gli altri.
«Tiramisù ai frutti di bosco!»
Ne parlavano stamattina alla radio e stavo provando ad immaginarlo, con quell’accostamento insolito di forme e colori… Piccole vaschette che se ne stanno tranquillamente esposte nel bancone di una pasticceria di Roma.
Mi sono ritrovata a chiedermi se i tiramisù tradizionali avessero mai urlato contro di loro qualcosa tipo “Non vi vergognate?” per poi bacchettarli con i savoiardi rischiando di causare chissà quale inutile spargimento di mascarpone…
Le dita che scottano mi ricordano che devo girare la maglia e asciugare il lato ancora umido. Eseguo l’operazione mantenendo il pensiero fisso sul tiramisù ai frutti di bosco, su quella pasticceria di Roma dove mi riprometto di andare un giorno, e su quella banchina della metro nella stessa città dove una dolcezza è stata considerata un atto vergognoso.
«Era un bacio che sapeva di tiramisù ai frutti di bosco…»
Eppure un bacio tra innamorati dovrebbe sempre suscitare gioia, poco importa se sulle labbra ci sia polvere di cacao o confettura.
Allungo una mano verso il telefono, ascolto qualcosa che sembra riaffiorare dalla mia memoria e invece sta risuonando di nuovo nella stanza.
La profondità di molte persone o è quella di un buco nero, che inghiotte e annulla tutto, o è quella di una pozzanghera dopo una pioggerella estiva. Poi a volte capita di trovare un bel mare cristallino in cui nuotare, peccato ci sia il divieto di balneazione. Il paesaggio, comunque, si ammira volentieri, anche da lontano…
E ora ho voglia di mangiare un tiramisù sulla spiaggia, ascoltando una canzone…