IL SUONO DELLA MIA VOCE – Capitolo 9 (Fine)

Insegui ciò che ami, o finirai per amare ciò che trovi.

Erano passati tre anni dall’ultima volta che mi ero soffermata a guardare quel murales in città, ma ricordavo ancora il fastidioso senso di noia che avevo provato nel leggere quelle parole di Collodi scritte in vernice nera sulla parete increspata del vecchio rudere.

Mi avvicinai un po’ e, proprio come allora, allungai una mano per toccarle. Il muro era sempre ruvido e freddo, ma stavolta sapevo bene che un rifugio accogliente non basta per tirare fuori le emozioni… ciò che conta davvero è quanto siamo sinceramente pronti a farlo.

Sorrisi tra me e me, essere così sentimentale era diventata ormai un’abitudine. Forse perché adesso non avevo più bisogno di scuse e bugie, potevo lasciare che il mio naso si accorciasse e che le persone mi si avvicinassero; ragione o follia che fosse, avevo accettato di vivere senza armature e scudi invisibili e mi sentivo finalmente vicina alla vera me.

Percorsi le strade che un tempo mi erano state familiari, riempiendomi di tenerezza al ricordo di quella Giulia intimorita dal mondo che si nascondeva dalle sue insicurezze e le sfogava sugli altri…

Mi incamminai poi verso il parco e alla fine mi sedetti sulla mia solita panchina, con le mani nelle tasche del cappotto, a guardare la nuvola di vapore che usciva dai sospiri della mia bocca e si disperdeva nell’aria senza riuscire a raggiungere il cielo.

Molti alberi erano spogli e mi chiesi se tra quei rami sottili e dritti sarei riuscita ad intravedere un corpicino ricoperto da piume rosa. Proprio in quel momento, un canto meraviglioso e inconfondibile iniziò a risuonare nel mio orecchio sinistro… Mi voltai e vidi Jem che trotterellava sulla panchina muovendo il capo; feci istintivamente per accarezzarla, ma lei si tirò indietro.

  • Ce l’hai con me perché ti ho catturata o perché ti ho liberata?

Jem si riavvicinò un po’, cantò con la voce più bella che le avessi mai sentito, e volò via raggiungendo un gruppo di altri pappagallini colorati che sembravano voler portare un tocco di primavera in quell’austero cielo invernale.

C’era un altro posto che volevo a tutti i costi visitare e stava già per fare buio, così lasciai il parco e ripresi a camminare. Pensavo di essermi preparata per bene in tre anni di assenza e invece, appena arrivai davanti a quella palazzina gialla con le persiane marroni, divenni talmente nervosa che sentii il respiro mancarmi per qualche secondo.

  • Giulia, ragazza mia, da quanto non ti vedevo! Stai bene? Sai che ho affittato giusto ieri l’appartamento dove stavi…
  • Buonasera signora Mazza, sono solo passata per un po’ di nostalgia… Sto bene, grazie.

Le sorrisi, era la prima volta che mi chiamava per nome e non “Sette”.

  • Non sei cambiata molto, sempre di poche parole… Beh ti lascio fare un giro allora, se hai bisogno di qualcosa sai dove trovarmi!

In realtà ero cambiata, eccome se ero cambiata, ma sarebbe stato davvero troppo difficile provare a spiegarglielo. Salii i cinque gradini che mi separavano dal mio vecchio appartamento e mi fermai ad osservare quelle due porte vicine del piano ammezzato; quante volte avevo indugiato prima di uscire dalla mia ed entrare dalla sua?…

A quei tempi ancora non lo avevo capito che le vere barriere che non riuscivo a superare erano dentro di me e che quelle porte ne erano solo una specie di materializzazione. Eppure, passo dopo passo, avevo imparato ad osare, a trovare il coraggio anche quando pensavo di non esserne in grado… e non me ne ero mai realmente accorta, tutta presa com’ero a vivere il momento e le sue conseguenze, ma solo quelle immediate. Non sapevo invece che ogni porta oltrepassata era stata una piccola vittoria, un piccolo sforzo per conoscere finalmente me stessa.

***

  • Sicura di voler andare?

Mia madre mi guardava riflessa nello specchio e sembrava così preoccupata che mi venne un po’ di tristezza pensando a quanto invano avessi aspettato che mi rivolgesse uno sguardo simile, in passato… Non risposi nulla e mi limitai a sorriderle, mentre mi toglievo i capelli fuori dal cappotto e mi preparavo ad uscire.

Trovai Massimo sotto casa, nella sua macchina lucida e nera, e per un attimo l’idea di rivederlo mi rese ansiosa; era passato tanto tempo dall’ultima volta che ci eravamo visti e temevo potessimo sentirci a disagio, come dei perfetti sconosciuti, ma per fortuna così non fu. Durante il tragitto gli chiesi di fermarsi in un posto e, quando scesi di fronte al negozio di fiori, mi sembrò quasi di tornare al mio vecchio lavoro e a quel passato che mi aveva fatta follemente soffrire ma di cui ora non provavo più alcuna vergogna.

  • Giulia… sei tu? Ma sai che non ti avevo proprio riconosciuta! Che bella ragazza ti sei fatta!
  • Spero non ce l’abbia ancora con me per quell’episodio…
  • Figurati, dopo tutto questo tempo. Ti servono dei fiori?
  • Sì, in effetti. Vorrei un mazzo enorme!
  • Tipo… quell’altro?
  • Ha già capito, vedo…

Ero davvero in imbarazzo, sia per l’incontro con il mio ex capo sia per essere stata così facilmente scoperta; neppure Massimo rimase sorpreso nel vedermi entrare in macchina con quel grosso dono profumato e mi morsi un labbro al pensiero che, probabilmente, sarei sembrata altrettanto scontata anche a lui…

Appena arrivammo di fronte alla villa e poggiai la mano sullo sportello, il nervosismo divenne così forte da farmi di nuovo sentire insicura; avevo passato troppo tempo della mia vita a provare certe emozioni e dopo tre anni il ricordo era ancora molto vivido… riemergeva come una vecchia abitudine, in maniera quasi meccanica, ma ugualmente intensa e disorientante. Stavolta però volevo entrare a testa alta da quella porta, senza indugiare davanti al campanello o aspettare che qualcun altro mi mettesse fretta per suonarlo.

La stanza principale era piena di gente e tra loro potevo riconoscere diversi personaggi del mondo dello spettacolo. In una situazione simile trovai buffo – se non addirittura divertente – che, anche senza rumori nella testa, vivere fosse una faccenda piuttosto complicata e piena di prove da superare.

Massimo non mi chiese nulla, forse perché in quei tre anni in cui eravamo rimasti in contatto aveva imparato a conoscermi un po’ e sapeva che ero già abbastanza tesa di mio per prendere l’argomento. Ci limitammo a qualche battuta scherzosa, più che altro per sciogliere l’imbarazzo, e poi solo un distensivo ma loquace silenzio.

  • Andrea è al piano di sopra, nella sua stanza. Dovrebbe scendere a momenti, ma se vai adesso magari lo trovi ancora lì.

Mi strinse l’occhio e io strinsi la mano attorno al pesante mazzo di fiori che mi portavo dietro, cercando di sgattaiolare via dalla folla e arrivare alle scale con la massima discrezione.

Trovai la porta della camera aperta, sbirciai e vidi Andrea seduto sul letto con il telefono in mano e attaccato alla presa; non sembrava essersi accorto della mia presenza, così bussai ed entrai piano.

Quando finalmente sollevò il capo e i nostri sguardi si incrociarono fu come aprire un’altra porta, quella che avevo tenuto socchiusa per tre anni dentro di me e che non avevo mai voluto aprire del tutto almeno fino a quel momento, quando si spalancò ancor prima che me ne rendessi conto travolgendomi con un’ondata di sentimenti contrastanti. Paura, risentimento, amore…

  • Sei venuta davvero…
  • Certo, ho ricevuto un invito.
  • E quelli? Mi sembra quasi un flashback…
  • Già… ma stavolta sono davvero da parte mia, ci tenevo a congratularmi per il tuo nuovo album.
  • Questa nuova voce un po’ più roca a quanto pare piace.

Sorrisi senza sapere che dire, per me era sempre stata la voce più bella del mondo, prima e dopo l’intervento. Massimo mi aveva tenuta aggiornata su tutto, poi la sua storia aveva fatto il giro dei social, delle radio, dei talk show…

Mi fece cenno con la mano di avvicinarmi un po’ e allungò la sua per prendere il mazzo, poi con l’altra mi afferrò il braccio e mi spinse sul letto, immobilizzandomi.

  • Anche questo mi sembra quasi un flashback…
  • Sei sparita.
  • Avevo delle cose da risolvere…

Riuscivo a mala pena a respirare con lui sopra di me, figuriamoci a parlare, ma cercai lo stesso di controllare la voce e mantenere lo sguardo incollato al suo.

  • Ce le avevo anch’io, ma tu hai scelto di risolverle da sola.
  • Non ero pronta per affrontarti, né per stare con te… e poi nel frattempo…
  • Ti sei trasferita, hai trovato un lavoro, ti sei ripresa in mano la tua vita…
  • Vedo che Massimo ha tenuto informato anche te.

Fece una smorfia, imbarazzato, e avvicinò la sua bocca alla mia così tanto che fui quasi sul punto di chiudere gli occhi e abbandonarmi completamente a lui.

  • Mi sei mancata…
  • Tu no, in tv si parlava spesso di te.
  • Che scema.

Rise allontanandosi un po’ e mi lasciò andare il braccio; bastò quella piccola e breve distanza per farmi capire quanto disperatamente mi fosse mancato anche lui, quanto desiderassi sentire ancora quel contatto fisico… Gli strinsi le braccia attorno al collo e lo tirai di nuovo giù, verso di me, indugiando in quel momento di attesa così bello e struggente che già da solo riusciva a farmi morire di piacere.

  • Dovresti baciarmi.
  • C’è una cosa che voglio chiederti prima… è vero che non senti più i rumori?
  • Mi stai chiedendo se sei ancora il mio rifugio segreto? No, non più, sei come tutti gli altri. A parte il fatto che ti amo e che il mio cuore in qualche modo l’ha sempre saputo. La testa semplicemente lo assecondava… Ora però baciami perché non resis…

Non feci in tempo a finire la frase che la bocca di Andrea si era precipitata sulla mia con la stessa impazienza con cui io la stavo aspettando. Si staccò solo per sussurrarmi “ti amo” all’orecchio e in quel momento avrei tanto voluto dirgli del suono meraviglioso che aveva per me la sua voce mentre pronunciava quelle parole… ma dissi solo “ti amo anch’io”, e la melodia che venne fuori dall’unione delle nostre voci fu così bella che mi lasciai scappare un gemito, come se la mia anima avesse già raggiunto il massimo del godimento.

Prima o poi avrei dovuto dirgli la verità, fargli sapere che la mia maledizione era tornata ad essere lo splendido dono che avevo da bambina… quando ogni voce era accompagnata da una musica leggera che invece di oscurarla la esaltava ancora di più. E, soprattutto, avrei dovuto confessargli che proprio grazie a lui, tre anni prima, ero riuscita a sentire per la prima volta il suono della mia di voce.

Avevo trascorso tutta la vita a sopprimerla, ad assoggettarla alla paura degli altri e del loro giudizio… l’avevo condannata a restare in silenzio mentre tutto il resto del mondo mi esplodeva nella testa. Adesso però mi sentivo finalmente pronta ad amare, a lasciare la mia voce libera di oltrepassare qualsiasi porta e volare ad ali spiegate verso la vita che avevo sempre sognato.

Fine

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2 thoughts on “IL SUONO DELLA MIA VOCE – Capitolo 9 (Fine)

  1. Eh lo so, anche qualcun altro mi ha detto che quei 3 anni li ho fatti passare troppo velocemente e senza chiarimenti… ma non so perché mi andava così! O forse volevo terminare con 9 capitoli e basta 😛

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