IL SUONO DELLA MIA VOCE – Capitolo 6

Nonostante i buoni propositi, mi ci era voluto del tempo per prendere una decisione definitiva. Sarebbe stato difficile per chiunque affrontare con Andrea un tema così delicato, ma per me lo era infinitamente di più: e se dopo l’intervento la sua voce non fosse stata più in grado di insonorizzare la mia testa? Mi era sembrato quasi un miracolo incontrarlo, quel giorno, durante il concerto e poi averlo addirittura come vicino di casa; pensavo che fosse un segno, che finalmente avrei potuto avere anch’io la possibilità di essere un po’ felice, e invece… ancora una volta ero stata solo beffata dal destino. Come se questo non bastasse, mi sentivo tremendamente in imbarazzo per quello che era successo durante il nostro ultimo incontro… Era anche vero, però, che Andrea mi aveva aiutata tantissimo nel corso degli anni; grazie alla sua musica ero riuscita a camminare per strada in mezzo alla gente senza troppo timore e ad alleggerire almeno un po’ quel peso che mi portavo dentro. Ora che potevo ricambiare il favore, lo avrei fatto. Dovevo farlo…

Con questi pensieri in testa mi ero ritrovata di nuovo di fronte alla sua porta, con un barattolo di gelato alla nocciola in mano e un miscuglio di sentimenti nel cuore. Suonai il campanello cercando di scacciare i ricordi molesti e stavolta mi aprì subito, come se stesse aspettando la mia visita da un momento all’altro…

  • Non ti sembra un po’ fuori stagione?
  • Il gelato alla nocciola va bene tutto l’anno.

Si scostò il necessario per farmi passare e il solo sfiorarlo mi fece saltare un battito.

La casa era un macello, c’erano vestiti sparsi ovunque e piatti sporchi nel lavello. Andrea sembrò notare il mio sguardo sorpreso e contrariato, raccolse un paio di cose da terra e le buttò sul divano.

  • Pensavo di avere una tuttofare che si prendesse cura di me, ma non si è fatta viva per giorni.
  • Infatti ho portato con me un dono in segno di pace…
  • Perché sei andata via quel giorno?

La domanda arrivò così inaspettatamente che per un attimo rimasi bloccata, incapace perfino di respirare. Mi schiarii la voce e provai a dire qualcosa, qualsiasi cosa pur di non restare in silenzio.

  • È stato un sbaglio, ci siamo fatti prendere dal momento…
  • Mi hai fatto sentire uno schifo.

Non era da lui tutta quella sincerità! Se avesse continuato così avrei davvero rischiato di scappare via di nuovo in preda al panico, altro che iniziare discorsi complicati su operazioni e quant’altro…

  • Possiamo non… parlarne più? Mi piacerebbe mantenere quell’accordo che avevamo fatto, non sono ancora riuscita a trovare un altro lavoro…

Andrea mi guardò con la sua solita espressione impenetrabile e io mi sentii avvampare il viso, forse perché mi vergognavo di aver inventato quella scusa – anche se in parte vera – o forse perché era semplicemente quello l’effetto che lui mi faceva…

  • Ok, come vedi di lavoro da fare ce n’è.
  • Già… per pranzo ti porto in un posto, ti va?
  • Un posto fuori, cioè, intendi uscire?
  • Metti un berretto, una mascherina e non ti riconoscerà nessuno.
  • Vuoi un appuntamento quindi.
  • Ma no… che dici! Facciamo due passi, stiamo sempre a casa tutti e due… Fidati.

Provai a sorridere, sperando che i muscoli facciali non tradissero i miei sforzi.

L’appartamento era così piccolo che in tre ore lo avevo praticamente rimesso a nuovo. Adesso dovevo solo preparare dei sandwich da portare al parco e sarebbe stato tutto pronto.

  • Serve una mano? Mi sto annoiando. E non mi sembri molto pratica a maneggiare coltelli.

Non avevo ancora avuto il tempo di rispondere che lui era già lì, in piedi accanto a me. Poggiò la sua mano sulla mia, trattenendola per qualche secondo prima di sfilarmi il coltello.

  • Arrossisci facilmente, lo sai?
  • E tu lo sai che non è per niente carino farlo notare?
  • Dai sbrighiamoci con questi panini, ho voglia di prendere un po’ d’aria.

Camminare con Andrea al mio fianco era una sensazione nuova e meravigliosamente liberatoria. Cercavo lo stesso di evitare strade troppo affollate e inseguimenti di fan disperate per la sua recente assenza, però quando capitava di incrociare qualcuno… io riuscivo finalmente a sentire solo voci e rumori della città. Nessun sottofondo fastidioso, nessun mal di testa, nessun bisogno di nascondermi da quelle emozioni che non riuscivo a controllare…

Ero così felice che avevo quasi scordato il vero motivo di quel pranzo fuori, almeno finché non raggiungemmo il parco. Continuammo a passeggiare e ci fermammo in un angolo poco frequentato, un mio piccolo rifugio segreto a cui ero particolarmente affezionata.

  • Ecco siamo arrivati. Possiamo sederci qui.
  • È un bel posticino.
  • Ricordi Jem, la mia pappagallina? È qui che l’ho incontrata. Avevo avuto un litigio furioso con mio padre, lui voleva per me un futuro che non mi era possibile realizzare… quel giorno sono scappata di casa, decisa a non farci mai più ritorno. E in qualche modo così è stato… Jem mi si era avvicinata cantando e la sua voce era così bella e mi dava così tanto conforto… che alla fine l’ho presa e portata via con me. Ero incazzata con mio padre perché non mi faceva sentire libera di essere chi volevo, anzi, chi potevo essere… e lo stesso giorno ho tolto io la libertà a qualcuno. Buffo no?

Andrea era seduto accanto a me sulla panchina e strofinava un piede nella terra, in silenzio. Che avevo fatto? Dovevo dirgli soltanto di come avevo incontrato Jem, perché ci avevo messo dentro tutti quei dettagli sulla mia vita? Arrossii di nuovo, ma stavolta per la rabbia e l’imbarazzo. Non mi piaceva perdere il controllo della situazione, era una cosa che mi succedeva fin troppo spesso anche senza che io lo volessi…

  • Jem è felice, basta sentirla cantare per capirlo. E io di musica me ne intendo… poi non credo che sia facile prendere un pappagallino, forse non l’hai catturata tu ma è stata lei a scegliere di venire con te.

Era la prima volta che Andrea mi diceva qualcosa di veramente bello… solo che in quel caso, invece di darmi conforto, mi fece sentire ancora peggio; con che coraggio avrei potuto dirgli ciò che dovevo?

  • Detesto fare un torto a qualcuno… forse non è nemmeno un torto quello che ti sto facendo, non lo so, ma c’è un motivo se ti ho portato qui.

Andrea mi guardava con interesse e io dovetti fare uno sforzo sovrumano per continuare a parlare.

  • Ho sentito una persona, qualche giorno fa. Mi ha raccontato della tua situazione…

Lo vidi improvvisamente oscurarsi in viso, ma provai a fare finta di niente.

  • Devi tornare a casa e fare quell’intervento.
  • Mangiamo, ho fame.
  • Andrea per favore, la tua salute è troppo importante…
  • La mia voce lo è di più. La mia voce, così com’è ora.

Si alzò in piedi e, senza riuscire a trovare la forza di seguirlo, rimasi semplicemente a guardarlo mentre a passo svelto si allontanava da me.

***

Era quasi trascorsa una settimana da quella conversazione al parco e io e Andrea non avevamo ancora avuto occasione di chiarirci. Il suo agente continuava a chiamare, ma evitavo di rispondere perché anche volendo non avrei saputo cosa dirgli; forse una parte di me sperava che le cose si sarebbero in qualche modo potute sistemare e cercava di prendere tempo…

Stavo rigirandomi nel letto aggrovigliata in quei mille pensieri, quando un tonfo proprio davanti al mio appartamento mi riportò bruscamente alla realtà. Corsi ad aprire, con uno strano presentimento, e trovai Andrea accasciato a terra. Il primo istinto fu quello di urlare, ma mi portai una mano alla bocca per non svegliare l’intero quartiere e mi avvicinai a lui per accertarmi che respirasse ancora. Era ubriaco fradicio…

Lo trascinai a fatica fino al letto, senza nemmeno accorgermi che nel frattempo si era risvegliato.

  • Ho paura Giulia…

Era la prima volta che mi chiamava per nome e mi sentii una sciocca ad emozionarmi per una cosa così piccola in un momento del genere.

  • Ho paura di non sapere più chi sono senza la mia voce… ho anche una fottuta paura degli ospedali.

Rise e provò a sollevarsi un po’ ma ricadde subito sul letto.

  • Mi sembrano delle paure più che giustificate. Il problema non sono loro, ma il tuo volerle a tutti i costi evitare… Tu saresti sempre tu anche con una voce un po’ diversa, chi ti segue ti ama per tante cose che vanno ben oltre il tuo modo di cantare. Perciò devi avere fiducia e affrontare questa situazione una volta per tutte.

Era straziante vederlo in quel modo… Volevo dargli un po’ di conforto, ma la verità era che avevo tantissima paura anch’io; non mi sentivo assolutamente all’altezza di quello che ci stava succedendo e soprattutto mi rendeva furiosa il pensiero che proprio a noi due fossero state date delle prove così difficili da superare. Gli poggiai una mano sul viso, piano, come se potessi il qualche modo romperlo, e appena lo feci vidi una lacrima uscire timidamente dal suo occhio sinistro.

Si tirò su premendosi la mia mano con la sua, e le lacrime divennero sempre più copiose. Non riusciva nemmeno a guardarmi negli occhi per l’imbarazzo, ma si capiva che aveva un estremo bisogno di buttare fuori tutta quella sofferenza che si era portato dentro e che aveva tenuto nascosta perfino a se stesso.

Lo abbracciai forte, sperando che senza esser viste le sue lacrime potessero venir fuori più liberamente, e rimasi in silenzio con le braccia strette attorno al suo collo e i suoi singhiozzi che sembravano andare a tempo con il battito del mio cuore.

Dopo un lungo e rumoroso pianto, Andrea alla fine era crollato e io ero rimasta a guardarlo illuminato dai primi raggi di sole. Non sapevo ancora se si sarebbe o meno sottoposto all’intervento, ma ero certa che qualcosa in lui stava lentamente cambiando, così presi il telefono e inviai un messaggio al suo agente.  

Sorrisi piano fra me e me, pensando che anch’io in fondo ero un po’ cambiata. Non mi importava più di perdere quella voce che, dopo tanto tempo, mi aveva finalmente donato un briciolo di speranza; ciò che desideravo più di ogni altra cosa, adesso, era saperlo felice. Per una volta, avrei provato io a salvare io lui.

Continua…

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