IL SUONO DELLA MIA VOCE – Capitolo 5

Erano solo le otto del mattino ed ero già ferma davanti alla porta di Andrea. Dopo i nostri ultimi incontri avevo quasi la sensazione che, se non l’avessi battuto sul tempo, me lo sarei ritrovato di nuovo di fronte casa; stavolta, invece, sembrava proprio toccasse a me fargli visita per prima.

Presi coraggio e suonai il campanello un paio di volte, possibile che fosse uscito? Bussai allora con la mano, provando a chiamare il suo nome.

  • È già mattina?…

Un assonnato Andrea mi aveva appena aperto la porta, in boxer e maglietta, facendomi diventare tutta rossa ancor prima di iniziare un’intera mattinata con lui.

  • Direi di sì… mi spiace averti svegliato, non avevamo stabilito un orario…

Si stropicciò gli occhi e, senza neanche vedermi entrare, mi diede le spalle e se ne tornò a letto.

  • Se vuoi ripasso più tardi…
  • Preferisco un caffè, sai come usare la macchinetta?

Avanzai lentamente verso la cucina e notai che il suo appartamento era proprio come il mio, solo molto più ordinato; mi chiesi se avesse davvero bisogno di qualcuno che badasse alla casa, dato che sembrava più bravo di me a farlo. C’erano tra l’altro pochissime cose, forse perché non aveva intenzione di stare lì a lungo… quel pensiero mi fece provare una fitta allo stomaco.

  • È piuttosto vuoto qui…
  • C’è tutto quello che mi serve.
  • Zucchero quanto?
  • Tre.

Lo avrei fatto tipo da caffè amaro e invece continuava a sorprendermi. Mi avvicinai al letto con la tazzina in mano e avvertii una vampata di calore passare dalle dita a tutto il resto del corpo.

  • Fa freddo, dovresti metterti qualcosa addosso…
  • Perché, ti imbarazza se sto mezzo nudo?
  • No che non mi imbarazza, mica sono una bambina.

Mi imbarazzava eccome, ma ammetterlo mi sarebbe costato troppo. Andrea intanto si era sollevato il necessario per prendere la tazzina con una mano e con l’altra afferrarmi un braccio… Era riuscito a buttarmi sul letto senza neppure versare una goccia di caffè e mi sentii una stupida a pensare ad un particolare tanto insulso mentre me ne stavo sdraiata sotto di lui, incapace di muovere un muscolo.

Svuotò la tazzina in un sorso, poi mi fissò dritto negli occhi. Avevo come l’impressione che il suo sguardo mi attraversasse e provai un estremo bisogno di sapere dov’è che fosse realmente rivolto…

  • Mi rifiuterai anche stavolta?
  • Certo, non mi sembra il caso…
  • A me sì. Sono un uomo, che si è appena svegliato e ha voglia di una donna.
  • Io sono io, non sono “una donna”.

Fingermi risoluta e mantenere la voce ferma, nonostante il suo corpo che premeva contro il mio e il suo respiro al caffè che mi solleticava viso, non era affatto facile.

  • Quindi la situazione cambierebbe se dicessi che ho voglia di te?

Quelle parole, pronunciate dalla stessa voce che mi aveva incantata per così tanto tempo, riuscirono ad abbattere in un colpo solo tutte le mie difese. Girai la testa di lato, perché non sapevo se sentirmi più felice o umiliata, e quando iniziò a baciarmi delicatamente il collo la mia mente si annebbiò e lasciai che il corpo prendesse il sopravvento.

Lo strinsi con le braccia per sentirlo ancora più vicino, ma tutt’ad un tratto Andrea si irrigidì e si scostò un po’, come se fosse indeciso, poi allungò una mano verso il cassetto del comodino, prese un profilattico e se lo mise addosso. Mi sbottò i jeans, con la stessa noncuranza con cui aveva sbucciato le caldarroste qualche sera prima, ed entrò dentro di me.

Il rapporto fu breve, silenzioso, e ancora una volta non riuscii a venire. Eppure stavolta non c’erano stati i rumori nella mia testa a distrarmi, anzi, si era sentito a mala pena un respiro affannato. Cosa mi aveva bloccata? E lui, perché era cambiato?

Quando si alzò per andare in bagno mi assalì un immenso senso di vuoto, peggiore di tutte le altre volte che mi era capitato di stare con un uomo; indossai velocemente i jeans e lasciai di corsa il suo appartamento. Non avevo la forza per affrontarlo, per rimanere con lui in quel piccolo monolocale dopo quello che era successo… Mentre mi chiudevo la porta di casa alle spalle mi dissi che, per come era andata, forse avrebbe preferito anche lui non vedermi una volta uscito dal bagno; anzi, forse mi aveva dato quel tempo apposta per scappare via.

***

La mia vita era rovinata per sempre! Non solo avevo perso un lavoro nuovo di zecca, ma mi ero contemporaneamente giocata l’unica possibilità di avere un buon rapporto con Andrea, la mia voce salvatrice. Con che coraggio mi sarei presentata di nuovo alla sua porta?

  • Jem, perché è tutto così complicato…

La suoneria del telefono sembrò rispondere a quella domanda al posto suo. Era di nuovo il numero che aveva provato più volte a chiamarmi durante il fine settimana e non avevo proprio idea di chi potesse essere tanto insistente nel cercarmi.

Poggiai il dito sull’icona verde, forse una parte di me sperava che fosse un call center rompiscatole per avere così una scusa e sfogare la mia frustrazione su qualcuno. 

  • Signorina Lombardi?
  • Sì sono io. Lei?…
  • Sono l’agente di Andrea, ho avuto questo numero dalla proprietaria del residence.

A quanto pare il suo nascondiglio segreto era stato scoperto e l’ansia che potesse andare via ancor prima del previsto si mescolò al malessere che aveva già invaso ogni cellula del mio corpo.

  • Mi spiace disturbare, ma avrei bisogno di incontrarla.
  • Vuole vedere me? Perché?
  • Le spiegherò tutto, ha tempo questo pomeriggio?

Guardai il divano, su cui immaginavo di passare la giornata a rimuginare sulla sfortuna della mia esistenza.

  • Direi che posso trovarlo.
  • Bene, le manderò un messaggio con il posto e l’orario. Grazie per il suo tempo.
  • No, scusi… non è che sarebbe possibile fare questa conversazione per telefono? Ho tempo ma… non posso uscire.

L’idea di parlare con uno sconosciuto di persona era impensabile; nel giro di pochi minuti sarebbe arrivato il rumore in testa e io avrei fatto l’ennesima brutta figura. Non solo, mi sarei anche persa gran parte della discussione e avevo bisogno di sapere cosa stava succedendo ad Andrea molto più di quanto volessi ammettere a me stessa.

L’agente mi lasciò in attesa un paio di secondi, poi lo sentii parlare sottovoce con qualcuno che probabilmente era lì accanto a lui.

  • Ok, allora se per lei va bene possiamo continuare anche ora. Purtroppo ho molta fretta…
  • Sì, certo, ora va benissimo.
  • Signorina Lombardi, ho saputo che è in rapporti con Andrea…

Sì, tanti tipi di rapporti e nessuno giusto. Ma poi, anche questa informazione gliel’aveva data la padrona di casa?

  • Sono giorni che provo a contattarlo, ma lui continua a negarsi.
  • Presumo abbia i suoi motivi per farlo, no?
  • Andrea ha bisogno di aiuto. E per poter essere aiutato deve tornare qui immediatamente.

Sentire quelle parole mi fece pensare a mio padre, al nostro ultimo incontro.

  • Sia più preciso, per favore. A parte essere totalmente anaffettivo, non mi pare stia male.
  • Anaffettivo, beh, ci può stare come definizione… ma la questione è più grave di quel che sembra. Lui è, come dire… sotto shock. Andrea solitamente è una persona allegra e solare, che ama stare in mezzo alla gente e soprattutto ama cantare. È per questo che ora si è chiuso in se stesso…
  • Non capisco, quale sarebbe il collegamento?
  • Deve sottoporsi ad un intervento, ma si rifiuta di accettarlo perché sa che la sua voce non tornerà più quella di prima.

Quella risposta fu come una doccia ghiacciata. Rimasi in silenzio, incapace di pensare ad una frase sensata da dire, ma soprattutto incapace di riconoscere le emozioni che provavo in quel momento.

  • Signorina Lombardi, è ancora in linea?…
  • Sì… sì, ci sono. È così grave la situazione? Cioè, l’intervento sarà così invasivo?
  • Purtroppo negli ultimi anni ha trascurato la sua salute pur di continuare a cantare, ma non possiamo rimandare oltre. L’intervento deve essere fatto, altrimenti potrebbe rischiare di compromettere ancora di più la sua voce.
  • E io… cosa c’entro in tutto questo?
  • Lei è l’unica a riuscire a parlare con Andrea in questo momento. La prego di convincerlo a tornare per sottoporsi all’intervento.

La voce di Andrea era la prima cosa di lui che avevo imparato ad amare e anche ciò che più di tutto lo rendeva speciale. Adesso non solo mi stavano dicendo che quella voce così come la conoscevo sarebbe scomparsa per sempre, ma che addirittura avrei dovuto spingerlo io ad operarsi.

  • Le assicuro che sono la persona meno indicata. Il nostro rapporto non è così buono come lei crede…
  • Suppongo non le abbia mai detto perché si è trasferito lì, vero?

Lui, che era riuscito a fare sesso con me, ma non a dirmi una frase più lunga di dieci parole? No, certo che non me lo aveva detto.

  • Non voglio entrare troppo nelle vostre faccende personali, le chiedo solo di fidarsi di me e di provare a parlargli. Aspetto una sua telefonata, allora.

Questo tipo, che mi aveva appena liquidata chiedendomi un favore come fosse quasi un ordine, non sapeva proprio nulla di me; fidarmi delle persone e parlare con loro non erano mai stati i miei punti di forza.

Posai il telefono sul tavolo e mi sentii improvvisamente sopraffatta dalle informazioni che avevo appena ricevuto. La solita stronza egoista! Non solo avevo privato una pappagallina della sua libertà, ma in questa circostanza mi preoccupavo più della mia salvezza che della salute di un altro essere umano. Con cui avevo pure fatto sesso! Se per qualche motivo ero davvero in grado di convincere Andrea, dovevo almeno provarci. Tanto io a stare all’inferno ormai c’ero abituata.

Continua…

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