Fissavo la porta di casa da almeno 10 minuti, battendo un piede a terra e cercando di ripetere mentalmente il discorso che mi ero preparata; ci avevo pensato per tre giorni e tre notti di fila, non era ancora perfetto ma forse non lo sarebbe mai stato. E comunque non potevo perdere altro tempo: dovevo agire prima che Andrea decidesse di lasciare l’appartamento accanto al mio, soprattutto visto che non avevo la più pallida idea di quali fossero i suoi piani futuri. Contai fino a tre, presi un bel respiro e aprii la porta.
- Non ci credo…
Andrea era proprio lì, con il dito quasi poggiato sul campanello e un sacchetto di carta in mano.
- Inizia a diventare una strana abitudine quella di trovarti davanti alla mia porta di casa…
- Posso entrare?
La sua espressione era come un rebus ma senza lettere, solo disegni casuali apparentemente privi di un collegamento. Lo seguii con lo sguardo mentre si faceva strada verso il tavolo della cucina e, con lui dentro, quel monolocale mi sembrò all’improvviso ancora più piccolo. Davvero eravamo io e lui, da soli, in uno spazio tanto ristretto?… Sospirai e misi freno alla fantasia che mi stava già arrossando il viso; per raggiungere il mio obiettivo dovevo mantenere la calma e la concentrazione.
- Ti ho portato qualcosa, per scusarmi dell’ultima volta.
Non aveva affatto l’espressione di qualcuno che si stava scusando, ma certo non mi sarei permessa di farglielo notare.
- Di cosa si tratta?
- Castagne.
Ne tirò una fuori dal sacchetto, la sbucciò e me la porse. Avrei voluto precisare che si trattava di caldarroste, ma ancora una volta non dissi nulla. Raccolsi quello strano dono ancora caldo dalla sua mano e l’assaggiai. Squisito! La castagna era cotta a puntino e sprigionava un intenso profumo di affumicato.
- Ti piace, vedo.
- Uhm?
- La stai mangiando di gusto.
- È il mio modo per dire che accetto le tue scuse.
Provai a sorridergli, anzi, in realtà forse lo feci sul serio. Non so se per la caldarrosta, per le scuse o perché stavo parlando con un essere umano senza che assordanti rumori mi riempissero la testa.
- Posso dare un’occhiata in giro?
Era già la seconda volta che mi diceva “posso”, ma sembrava che i suoi piedi fossero sempre più veloci della sua bocca. Fu piuttosto imbarazzante vederlo camminare in quei 30 m2 di appartamento, sapere che i suoi occhi si stavano posando su tutte le mie cose… eppure non sembrava particolarmente interessato, né a me né a ciò che stava vedendo, almeno finché non trovò la gabbietta di Jem.
- E lei?
- Come fai a sapere che è una lei?
- Be’, è rosa…
Mi venne da ridere, ma cercai di trattenermi.
- Si chiama Jem, è la mia coinquilina.
- Non direi coinquilina, lei sta in una gabbia.
Quella risposta mi punse così in profondità che quasi mi vennero gli occhi lucidi. Ripensai a quel giorno al parco, quando l’avevo in qualche modo catturata e privata della sua libertà…
- Viviamo tutti in una gabbia, in fondo.
Andrea sorrise, per la prima volta, ma fu un sorriso amaro. Niente a che vedere con quello che mi aveva rivolto durante il concerto.
- Le mangiamo insieme prima che si freddino?
Stavolta fui io a non aspettare la risposta, mi sedetti al tavolo e iniziai a sbucciare una caldarrosta, poi un’altra; lui prese posto accanto a me, mi sentivo osservata e non capivo se la cosa mi facesse piacere o meno. Anche senza sottofondi fastidiosi, quando ero in sua compagnia provavo sempre una gran confusione… e invece dovevo restare lucida, ricordare il discorso che mi ero preparata e fargli finalmente la mia proposta. Alla fine l’ansia prese il sopravvento, lasciai perdere discorsi e strategie e decisi di andare semplicemente a braccio.
- Senti… pensavo. Visto che sei una celebrità, deve essere difficile prendersi cura dell’appartamento da solo. Cucinare, pulire, e tutto il resto… Non sono una perfetta massaia, però se ti va posso aiutarti. In realtà avrei anche bisogno di un lavoro…
Stava andando male, ne ero certa. Troppo diretta, troppo indecisa… pensai pure al mio letto sfatto, alle mie zuppe pronte riscaldate nel microonde, alle mie colazioni col gelato alla nocciola e per un momento mi assalì la paura. Andrea tanto per cambiare non lasciava trasparire nessuna emozione e continuava a sbucciare e mangiare caldarroste.
- Solo questo non mi basta. Ho bisogno di una tuttofare.
- Tuttofare?
- Sì, sai, sbrigare qualche piccola commissione fuori casa. “Visto che sono una celebrità” c’è sempre chi mi riconosce e mi insegue fin qui. Piuttosto, non so se posso fidarmi di te…
Sbrigare commissioni fuori? Certo, perché no, come se per me fosse facile! Ma era un’occasione d’oro, sembrava abbastanza preso dall’argomento e non mi sarei tirata indietro per nulla al mondo.
- Lo so che è solo il nostro secondo incontro, ma…
- Veramente è il quarto. Oggi, qualche giorno fa, quando mi sono trasferito… e una volta mi hai anche regalato un mazzo di fiori.
Rimasi senza parole e quasi certamente con un’espressione da ebete sulla faccia; non solo si era accorto di me quando quella mattina presto mi era passato davanti senza rivolgermi nemmeno uno sguardo, ma sapeva addirittura che quella pazza col casco in testa ero proprio io.
- Come…?
- Quelli.
Quelli? Quelli cosa! Il suo parlare quasi a monosillabi iniziava a darmi un po’ sui nervi. Non sapevo mai cosa pensare con lui e soprattutto non avrei mai immaginato che dopo tutti quegli anni mi avesse riconosciuta nonostante il volto nascosto dal casco.
Lo vidi allungare una mano verso di me e quando fu sul punto di poggiarmela sul mento ebbi l’impulso di spostarmi… eppure non lo feci, restai immobile, come se la sola idea di quel tocco mi avesse in qualche modo paralizzata.
- Hai tre nei che formano un triangolo, proprio qui, sotto la bocca…
Sentii le sue dita spostarsi dal mento alle labbra e accarezzarmele con una inaspettata dolcezza. Poi il rumore della sua sedia che strofinava sul pavimento e si avvicinava alla mia, il calore della sua bocca… Come poteva un ragazzo freddo come lui avere le mani e la bocca così calde?…
Il bacio fu lieve, al sapore di caldarroste, ma quando provò a toccarmi l’interno con la lingua mi feci prendere dal panico e lo allontanai.
- Essere la tua tuttofare non include anche questo…
Per la prima volta mi sembrò di scorgere sul suo viso un’espressione diversa, forse delusione, ma durò poco più di un attimo.
- Passa lunedì mattina, ti preparerò una lista di cose da fare.
***
Andrea se ne era andato senza neppure salutare, figuriamoci se si sarebbe degnato di darmi una spiegazione per quel suo gesto improvviso. Mi sembrava così strano che proprio lui che era il mio rifugio sicuro, la mia stanza insonorizzata… fosse al tempo stesso capace di portarmi dentro tanto caos. Non era un rumore in testa, ma piuttosto uno scalpitio nel cuore; un’incapacità totale di definire il mio stato d’animo quando eravamo insieme, vicini, molto vicini… La mia mente ripensò a quel bacio, ai risvegli assonnati in cui mi davo piacere immaginandolo lì con me, e fu quasi come se si trattasse di due persone diverse.
Era ancora sabato, avrei dovuto aspettare altri due giorni per rivederlo… Misi istintivamente una mano fra le gambe, sopra i vestiti. Perché quell’effetto, ogni volta? E soprattutto, chi era a farmi sentire in quel modo… l’Andrea gentile e sorridente del concerto, o quello ostile e scontroso delle caldarroste?
Forse non era importante chi fosse realmente, forse l’unica cosa che mi eccitava davvero era quel magico silenzio che compariva nella mia testa quando era con me. Bastava che mi parlasse e io non sentivo altro che lui… Intanto la mano si era fatta strada nei jeans senza che neppure me ne accorgessi; volevo smettere di farmi domande, il come e perché non erano importanti. Contava solo che per me lui fosse speciale, unico, in un modo misterioso che lo rendeva ancora più affascinante.
Mi svegliai che era già quasi buio, dovevo essermi appisolata. Pensarlo era così intenso che mi dava e toglieva energie…
Provai a tendere l’orecchio, ma dal suo appartamento non proveniva mai nessun suono. Jem nel frattempo cantava, sembrava felice come sempre. Dopo quell’episodio con Andrea, avevo stabilito con sfrontata certezza che Jem cantasse per esprimere la sua gioia e non perché tutti i pappagallini facessero così. Lei era felice, sì lo era, nonostante una stronza egoista l’avesse portata via da un parco per rinchiuderla in una gabbietta.
Il flusso di pensieri fu interrotto dalla suoneria del telefono, guardai lo schermo e rifiutai la chiamata. Non rispondevo mai ai numeri che non conoscevo e quello era già la terza volta in un giorno che lo vedevo comparire.
Mi alzai dal divano, presi il mio solito barattolo di gelato alla nocciola e iniziai a mandare giù quella fredda dolcezza. Eppure, chissà perché, sentivo una strana voglia di caldarroste fumanti appena tolte dalla brace…
Continua…
Brava amore mio. Mamma
Grazie mammi!
Beh! Sicuramente il mio giudizio è di parte e sinceramente provo un po’ di pudore ad esprimerlo. A volte le cose si comprendono in ritardo e comunicare talune sensazioni è sempre complicato, soprattutto quando la vicinanza affettiva è troppo forte. Voler bene a una persona forse non significa fondamentalmente pensare solo al suo futuro inteso come benessere economico, ma avere il coraggio di riconoscere che le strade per il raggiungimento del “benessere” sono tante, alcune intrise di difficoltà e paure che però si vorrebbero sempre evitare alle persone che si amano. Comunque leggo sempre ciò che scrivi con interesse, curiosità, piacere e orgoglio. Il tuo primo racconto “Greta”, marcatamente introspettivo, l’ho trovato un po’ più complesso nel comprenderne tutte le sfaccettature, perché richiede indagini interiori più complesse. Il secondo “Il suono della mia voce”, mi sembra più semplice da godere perché si possono apprezzare grandi qualità espressive, descrizioni gradite, sensazioni comuni in cui potersi riconoscere, situazioni avvincenti e delicatamente sfumate. I sentimenti appaiono trasparenti e un po’ contradditori come la vita insegna, le angosce poi hanno il profumo della concretezza, la fantasia in fondo non va mai troppo oltre la realtà. Insomma, penso che la strada intrapresa è quella giusta, il processo di “maturazione letteraria” è sicuramente lento, ti auguro di avere sempre la forza e la tenacia di esprimere la grande carica emotiva che è dentro di te, solo così potrai trasmettere agli altri i tuoi bisogni interiori, che sicuramente coincidono con quelli di tante altre persone, per un reciproco beneficio emotivo.
Beh, che dire… Questo è il mio papà. Che davanti un po’ mi bacchetta, ma poi all’improvviso e in silenzio mi fa anche un po’ commuovere… Proprio non me lo aspettavo, grazie ❤️