Non ricordavo un giorno della mia vita in cui non ci fosse della musica nella mia testa e i primi che me la fecero sentire furono proprio i miei genitori. Ogni volta che mi parlavano compariva un suono dolce e pieno d’amore, come quello delle giostrine acchiappasogni che si attaccavano sopra le culle dei bebè.
Per tutta l’infanzia mi era sembrato di vivere in una specie di cartone della Disney, in cui ogni persona aveva una sua specialissima colonna sonora. All’inizio pensavo fosse una cosa normale, che anche gli altri intorno a me riuscissero a sentire tutte le melodie che sentivo io… Poi un giorno, quando avevo cinque anni, chiesi a mia madre che suono avesse la mia voce. Lei mi guardò un po’ stranita e mi rispose semplicemente che la mia era la voce più bella che una mamma potesse desiderare per la propria bambina. Rimasi in silenzio, cercando di capire se quella frase avesse davvero senso per la domanda che le avevo fatto, e conclusi che no, non andava bene. Le dissi allora che lei suonava come il mare durante i giorni di vento forte e che ogni volta che parlava io sentivo nella mia testa una musica fresca, frizzante e “schiumosa”.
- Quindi, tu cosa senti quando parlo io? Voglio sapere che suono ho.
Lei si era limitata a ridere, a tirarmi un buffetto sulla guancia e a porgermi il panino che mi stava preparando per merenda. Quella reazione mi intristì talmente tanto che iniziai a considerare la possibilità di essere diversa dagli altri, di essere davvero la sola a poter sentire delle musiche mischiarsi alla voce delle persone…
Crescendo, cercai di capire quale fosse esattamente la mia posizione a riguardo: mi piaceva oppure no? Mi sentivo speciale oppure sbagliata? Il problema si aggravò con l’arrivo della pubertà. Le musiche, prima tenui e vivaci, divennero via via simili a rumori fastidiosi e alla fine si fecero talmente forti da sovrastare perfino le voci reali. Non riuscivo a portare avanti delle discussioni, soffrivo di emicranie e col passare del tempo fui costretta a limitare le frequentazioni allo stretto necessario.
Non ne feci mai parola con nessuno, nemmeno con i miei genitori, e di conseguenza i nostri rapporti peggiorarono sempre di più. Le musiche amorevoli che sentivo durante l’infanzia erano ormai svanite e parlare con loro era come avere un temporale nella testa pieno di rumori assordanti che mi procuravano un misto di rabbia e paura.
Un giorno ebbi un pesante litigio con mio padre, voleva che mi iscrivessi a Medicina e seguissi le sue orme, ma come potevo spiegargli che per me frequentare l’università, prendere una laurea e soprattutto avere a che fare con colleghi e pazienti sarebbe stato praticamente impossibile? Gli avevo urlato contro trovando mille scuse, poi avevo impacchettato tutte le mie cose e mi ero trasferita nel residence dove tuttora abitavo.
Proprio quella volta, tra l’altro, mi capitò di incontrare Jem. Vorrei poter dire di averla salvata da qualche terribile destino, di averla guarita da qualche brutto male, ma ad essere sincera il mio fu un vero e proprio rapimento. Si era avvicinata alla panchina su cui ero seduta, in lacrime e furente, e aveva iniziato a cantare. Finalmente un suono delicato e piacevole che proveniva da un essere vivente!… La tentazione di ascoltarla e riascoltarla fu talmente grande che allungai due dita per toccarla convinta che sarebbe subito volata via, eppure lei non si scostò, anzi, iniziò a fare strani movimenti con la testa e a saltellare verso le mie dita. Le ritrassi, non so se per paura di lei o di me, poi le allungai di nuovo e lei ci volò su. Non era previsto, ma finii con il portarla davvero a casa. Era rosa, soffice e con una voce bellissima, così la chiamai Jem come la protagonista di uno dei miei cartoni animati preferiti.
Trascorremmo la prima notte nella nuova casa dormendo io su un materasso senza lenzuola e lei sulla testiera del letto, circondate da scatoloni imballati che non avevo ancora avuto il coraggio di aprire.
***
Jem non fu la sola ad entrare nella mia vita subito dopo il trasferimento.
Una sera, mentre spingevo distrattamente il carrello della spesa nel minimarket indiano vicino casa, sentii per la prima volta la sua voce. E quella voce, ancora non lo sapevo, mi avrebbe cambiata per sempre. All’inizio fu solo un sussulto, un battito mancato, un respiro trattenuto e non ci feci caso più di tanto. Aprii lo sportellone del banco frigo e mi misi a guardare la data di scadenza sulle confezioni delle insalate, poi di nuovo la stessa sensazione… stavolta così forte che rimasi bloccata.
- Giulia, chiudi per favore. Cinque minuti che sei ferma lì.
Le parole di Sahid, con quel loro suono lieve e sabbioso di sottofondo, mi riportarono alla realtà. Era una delle pochissime persone che non facevano troppo rumore nella mia testa e con cui riuscivo ad avere un minimo di interazione. Tra l’altro era un tipo discreto e taciturno che lasciava il suo negozio aperto fino a tardi e credo si fosse ormai abituato a vedermi lì la sera, ad un orario impensabile per altri, a fare la spesa.
- Scusa Sahid, è che… questa canzone…
- È il nuovo singolo di Andrea, il vincitore di quel talent… come si chiama…
- Andrea hai detto? La sua voce è… molto bella.
- Sì, molto, in radio si sente sempre.
Mi avvicinai alla cassa e posai l’insalata e un barattolo di gelato alla nocciola sul nastro, senza però riuscire a distogliere l’attenzione dalla voce che risuonava meravigliosamente nel piccolo negozio. Non mi era mai successo di avere una reazione simile, eppure qualche volta la radio l’accendevo anch’io a casa, soprattutto da quando abitavo da sola.
Pagai e infilai tutto in un sacchetto, salutai Sahid e corsi a chiudermi nel mio appartamento. Il tempo di conservare la spesa ed ero sul divano, con il telefono in mano, a cercare notizie su questo cantante. Mi creai una playlist con le sue canzoni, la feci partire… e la stanza si riempì della sua voce, facendomi sentire come in una splendida bolla che mi isolava dal resto del mondo. Anche Jem sembrava felice di ascoltarla, perché iniziò a cantare con lui e per un attimo ebbi come la piacevolissima sensazione di essere in pace… da quanto non succedeva?
Da quel giorno, presi l’abitudine di ascoltarlo tutte le volte che uscivo di casa e avevo bisogno di proteggermi dal rumore della gente. La sua voce era sempre con me, nei momenti in cui avevo più paura, ad infondermi quel coraggio che da sola non ero stata ancora in grado di trovare…
- Questo devi consegnarlo subito, la cliente non mi ha ripetuto altro.
La voce del mio capo aveva un rumore graffiante e un po’ stridulo, che stonava completamente col suo aspetto elegante e col suo lavoro di fioraia.
Afferrai il grosso mazzo di fiori e un profumo intenso mi pizzicò le narici. Chi avrebbe mai pensato di fare un regalo simile? Davvero troppo appariscente. Legai tutto saldamente al motorino, infilai il casco e partii alla ricerca dell’indirizzo per la consegna. Alla fine mi fermai per strada davanti ad una gran folla di gente e il primo istinto fu quello di rimettere in moto e scappare via il prima possibile; era impensabile per me restare in un luogo con così tanta confusione! Ma quel lavoro mi serviva, avevo iniziato ad accumulare le bollette e non potevo certo chiedere dei soldi ai miei… Dovevo contattare immediatamente la cliente e recapitarle i fiori prima che fosse troppo tardi.
Avevo appena iniziato a comporre il numero quando sentii partire un coro di urli femminili, così forte ed improvviso che lasciai cadere il telefono a terra. Fu come se qualcuno nella mia testa avesse iniziato a suonare delle campane in maniera così vigorosa da provocarmi una fitta atroce. Ero bloccata e totalmente in balia di quel rumore, non riuscivo neppure a tornare indietro fino al motorino. Volevo togliermi il casco, respirare, ma temevo che in quel modo la mia testa sarebbe potuta davvero esplodere. Sentivo i capelli bagnarsi di sudore e appiccicarsi sulla fronte e sul collo… le mani mi tremavano e le ginocchia stavano per cedere…
Proprio in quel momento, quando pensavo che la mia fine sarebbe stata tanto assurda e ridicola quanto la mia intera esistenza, arrivò una voce a spazzare via tutto il rumore ed azionare nella mia testa una specie di silenziatore.
Barcollai ma riuscii a restare in piedi, allora provai a camminare verso la folla perché sapevo a chi apparteneva quella voce ma era impossibile che lui fosse lì, a tenere un concerto per strada, come un qualunque cantante sconosciuto…
Mi accorsi che il telefono, ancora a terra e non troppo lontano da me, aveva iniziato a squillare, ma ero come ipnotizzata. Riuscivo solo a seguire quella voce, come un girasole che si voltava a raccogliere i raggi di luce, senza poter pensare a nient’altro. Perché era in grado di compiere un simile miracolo, chi era lui davvero? Avanzai nella folla, col mazzo di fiori in mano e il casco in testa, incurante delle persone che mi strattonavano e lanciavano strane occhiatacce. Mi fermai a pochi metri da lui e finalmente lo vidi per la prima volta… non era particolarmente bello, ma la sua voce stava accarezzandomi il cuore così in profondità che senza accorgermene mi ritrovai in lacrime.
Vedermi in quello stato fu forse così strano che Andrea smise di cantare e per qualche secondo non solo la mia testa ma l’intera strada rimase in silenzio; non sapevo che fare, avevo gli occhi di tutti puntati addosso ed era una delle cose che più detestavo in assoluto. Allungai la mano con il mazzo di fiori e sentii qualcuno afferrarmi la manica della felpa.
- Ma sei scema? Quei fiori glieli devo dare io!
Una ragazza di qualche anno più piccola di me sembrava decisa a non mollare la presa. Aveva pronunciato quelle parole a bassa voce, forse nessuno era riuscita a sentirla, e comunque ormai non potevo più tirarmi indietro. La allontanai con la mano libera, poi mi avvicinai ancora di più a lui…
- Quelli sono per me?
La sua voce, che mi parlava… non mi sembrava vero! Annuii, senza avere la forza di dire nulla. Andrea afferrò il mazzo e mi rivolse un sorriso, poi tornò al suo posto e riprese a cantare.
- Non pagherò per quei fiori, sappilo! E farò una pessima recensione al negozio. Mi hai rovinato il momento, che stronza!
La ragazza di prima mi si era di nuovo attaccata al braccio. Doveva essere una sua fan e io le avevo appena rubato la scena, ma non riuscivo a sentirmi dispiaciuta per lei; quello che avevo vissuto era stato così emozionante e surreale che non potevo proprio pentirmene.
- Nessun commento negativo al negozio, sto andando a licenziarmi e il mazzo lo pago io.
Mi liberò la manica della felpa con una smorfia e io tornai indietro a raccogliere il telefono da terra; fortunatamente non sembrava si fosse rotto e decisi di spegnerlo.
Dopo aver finito di ascoltare il concerto di Andrea, che durò poco meno di mezzora, lo riaccesi e trovai ben otto chiamate senza risposta dal negozio di fiori. Salii in sella al motorino, pensando che avrei ricevuto l’ennesima lavata di testa e perso l’ennesimo lavoro, ma poco importava. Ero troppo contenta di aver finalmente incontrato la persona a cui apparteneva la voce che era diventata la mia salvezza e che avrei dovuto a tutti i costi ritrovare.
Continua…