IL SUONO DELLA MIA VOCE – Capitolo 1

 

Insegui ciò che ami, o finirai per amare ciò che trovi.

Non era la prima volta che mi soffermavo a guardare un murales in città, ma quelle parole scritte scompostamente con una vernice nera sulla parete increspata di un vecchio rudere mi provocarono un fastidioso senso di noia.

Mi avvicinai un po’ di più per osservarne le sbavature di colore e istintivamente allungai una mano per toccarle. Il muro era ruvido e freddo, eppure a quell’artista sconosciuto doveva essere sembrato un rifugio accogliente per le sue emozioni. Chissà cosa aveva provato a lasciare un segno di sé… e poi perché farlo proprio lì? Sorrisi tra me e me, davvero non mi sopportavo quando diventavo così sentimentale. Se avessi indugiato a riflettere ancora su quella frase, probabilmente il mio naso avrebbe rischiato di accorciarsi. E io non volevo, non ero pronta, le bugie mi servivano per tenere le persone lontane; solo così avrei potuto conservare quel briciolo di ragione che ancora mi restava…

Sbirciai oltre l’edificio, per assicurarmi che la strada fosse finalmente libera, poi staccai la mano che era rimasta incollata sul muro e la infilai nella tasca del cappotto. Finora avevo percorso stretti vicoli poco battuti, ma da quel punto in avanti non sarei riuscita ad evitare la folla e tutta la confusione che portava nella mia testa. Tirai fuori gli auricolari e, non appena li indossai, mi sentii subito in qualche modo protetta: loro erano la mia armatura e lui, con la sua voce, era il mio scudo invisibile… uno scudo di sfavilli e di note, dolci e potenti, ma soprattutto vere. Alzai il volume e poi anche il piede destro, che rimase per una frazione di secondo sospeso in aria, come a volermi dare un’ultima possibilità per cambiare idea. Ma dovevo tornare a casa e rimettermi subito alla ricerca di un nuovo lavoro, uno che stavolta sarei riuscita a tenermi per più di qualche settimana… Presi un bel respiro e iniziai a camminare a passo svelto tra la gente, mentre la sua voce in sottofondo cantava e mi immergeva in una bolla dove nessun altro suono sarebbe stato in grado di entrare.

Quando finalmente arrivai davanti al portone di casa, tolsi gli auricolari e buttai la mano nella borsa alla ricerca delle chiavi.

  • Sette, già rientrata a quest’ora?

La voce della proprietaria del residence mi pietrificò: il cuore prese a martellarmi nel petto, il sudore a colarmi sotto la felpa…

  • Sono Giulia, non “sette”… quello è solo il numero del mio appartamento.
  • Alla mia età non posso ricordarmi il nome di tutti, porta pazienza!

Non sapevo cosa volesse di preciso, ma non avevo abbastanza tempo per scoprirlo.

  • Se ha qualcosa da dirmi, la prego di lasciarmi una nota sotto la porta…
  • Ragazza mia, ma possibile che con te non si riesca mai una volta a parlare di persona? Non partecipi neppure agli incontri che organizzo con gli altri inquilini…
  • Mi spiace, adesso devo proprio… devo…

Troppo tardi, una petulante cantilena aveva riempito la mia testa e le parole non riuscivano a trovare abbastanza spazio per venir fuori. Barcollai un po’ e ripresi a cercare freneticamente le chiavi. Appena trovate, le infilai subito nella toppa: ogni mandata era un passo in più verso la salvezza.

  • Sette ma insomma, cosa combini… stai bene? Non ti mangio mica!

Vedevo le labbra dell’anziana donna muoversi, ma il suono delle sue parole era ormai quasi del tutto sovrastato dalla cantilena nella mia testa. Salutai velocemente con la mano, provai ad abbozzare un “mi scriva la nota” e finalmente entrai in casa, chiudendomi dietro la porta come se mi stesse braccando un gruppo di zombie affamati.

Qualche minuto dopo ero distesa sul divano, con la testa buttata all’indietro, gli occhi chiusi e una mano poggiata sopra. Mi scappò una lacrima di rabbia, ma decisi di impedire alle altre di uscire… Dopo tutti quegli anni, non ero ancora in grado di controllare le mie emozioni e di accettare quel fenomeno da baraccone che ero, proprio ridicola! Restai ad ascoltare il silenzio dell’appartamento interrotto dal ticchettio dell’orologio appeso accanto al frigorifero, poi mi misi a letto confidando nella stanchezza dell’ennesima brutta giornata per prendere sonno il prima possibile.

  • Solo la solitudine può darmi la pace.

 

***

 

Mi svegliai che la luce del sole non era ancora abbastanza forte da entrare nella stanza; solo piccoli puntini colorati facevano capolino dai buchi della serranda abbassata come a voler tracciare i bordi di chissà quale strambo disegno. Rimasi a fissarli per qualche minuto, congiungendoli nella mente, finché non fui distratta dal canto di Jem.

  • Dormiamo un altro po’, oggi non devo alzarmi presto. Sono disoccupata!

Mi scappò da ridere, perché a quanto pare era davvero assurdo pensare che una come me potesse fare un qualsiasi tipo di lavoro a contatto con la gente, fosse anche solo consegnare del pollo arrosto.

Jem nel frattempo non sembrava avesse voglia di tornare a dormire e continuava a salutare il mattino col suo bel canto, dalla sua piccola gabbietta. Mi chiesi se cantasse perché era felice, o semplicemente perché così facevano tutti i pappagallini della sua specie.

  • Troppi pensieri complicati, di prima mattina.

Il buongiorno di Jem mi ricordò improvvisamente la sua voce e sentii un sorriso corrermi dal cuore fin sopra le labbra. Lui, che senza saperlo era diventato il mio rifugio segreto, era l’unico in grado di farmi ascoltare una musica per volta mettendo finalmente a tacere tutti gli altri rumori nella mia testa…

Spostai un po’ le coperte per il caldo e sospirai pesantemente. Da quanto tempo non stavo con un uomo? Pensarlo era sempre stato qualcosa di molto puro e innocente, ma da diversi mesi ormai la sensazione che provavo era diventata talmente intensa da suscitarmi un bisogno fisico di lui. D’altronde fare del sesso con un tizio qualunque che la mia testa associava a suoni spiacevoli e assordanti non era affatto semplice. Ci avevo provato, qualche volta, ma era sempre andata male: o dovevo fermarmi, o dovevo accontentarmi di far finire solo quel povero malcapitato. Anzi, la poverina in realtà ero proprio io, visto che non mi era possibile neppure conoscere il piacere, figuriamoci l’amore… Quel pensiero mi infastidì a tal punto che dovetti soffocare un urlo di rabbia. Lo mandai giù, come un boccone andato di traverso, e cercai di concentrarmi sulla sua voce. Quella che ascoltavo tutti giorni con il mio vecchio lettore mp3, ma soprattutto quella che avevo sentito seguendo con gli occhi i movimenti delle sue labbra… Così, senza neanche accorgermene, una mano scivolò nel pantalone del pigiama; fu veloce, troppo veloce, ma avevo fretta di stare un po’ meglio.

Stavo ancora cercando di normalizzare il respiro, quando un rumore proveniente da fuori mi fece quasi saltare giù dal letto. Mi sollevai appena in tempo per vedere un foglio di carta ripiegato scivolare sotto la porta e un’ombra indugiare per qualche secondo lì davanti.

Misi i piedi a terra, ma solo uno riuscì a trovare riparo dal freddo nella pantofola. Non avevo voglia di chinarmi a guardare dove fosse finita l’altra, così andai zoppicando verso la porta e raccolsi da terra il biglietto. Senza neppure leggerlo, lo infilai nel cassetto insieme agli altri; un giorno, mi dicevo, li avrei letti tutti. Un giorno.

 

  • Almeno una volta al mese potresti venire a pranzo da noi, no?

La voce di mia madre era talmente squillante che riuscivo quasi ad immaginare l’espressione contrariata del suo volto. Jem intanto continuava a cantare, ma per me non era poi così insolito sentire suoni mescolarsi fra loro.

  • E potresti zittire quel pappagallo, per favore? Io davvero non vi sopporto, nessuna delle due.
  • Provo a passare per cena, per pranzo ho altri impegni.
  • Quali, scusa… non mi pare tu abbia molto altro da fare…

La notizia del mio licenziamento doveva esserle già arrivata; proprio non capivo come fosse possibile che lei sapesse sempre tutto così velocemente. Solo le cose meno importanti, però…

  • Devo trovare un nuovo lavoro, infatti. Qualcosa che faccia più per me, magari…
  • Magari cosa, c’è un lavoro che tu non abbia provato? Anzi a proposito, tuo padre non l’ha presa molto bene stavolta. Vieni preparata.

Strinsi istintivamente il pugno e chiusi la telefonata senza aggiungere altro. La giornata era iniziata male e sembrava sarebbe finita anche peggio… Non avevo l’umore adatto per leggere gli annunci di lavoro, così lanciai in aria l’unica pantofola che avevo tenuto ai piedi per ore e mi rituffai nel letto.

 

 

Tolsi gli auricolari dalle orecchie e misi insieme quel poco di coraggio che ero riuscita a raccogliere durante il pomeriggio. Sapevo bene cosa mi aspettava e, anche se avessi avuto più tempo per prepararmi, non avrei mai potuto essere davvero pronta per quell’incontro. Provai il forte desiderio di scappare pur di sottrarmi a quella cena penosa ed ero quasi sul punto di girarmi e tornare indietro quando la porta di casa si aprì come per mano di un fantasma.

  • Ho sentito il taxi fermarsi quasi 10 minuti fa, non vuoi entrare?

No, non volevo. Abbozzai un sorriso e lo feci ugualmente, mentre le prime note di una musica acuta e veloce prendevano forma nella mia testa.

La tavola era già apparecchiata e mio padre era seduto al suo solito posto, sorseggiando il suo solito bicchiere di vino rosso. Alzò gli occhi per guardarmi solo quando mi accomodai accanto a lui e sperai fosse per il rumore della sedia e non per quello che incalzava nel mio petto.

  • Ho preso appuntamento con un mio collega, fai le valigie e torna subito a casa.

La sua voce tuonava quasi quanto il sottofondo che solo io potevo sentire.

  • Non ho bisogno di nessuna visita… e a casa non ci torno.
  • E sentiamo, come pensi di pagarlo l’affitto?
  • In qualche modo farò, non è una novità, sono perfettamente in grado…
  • No che non sei in grado, ti abbiamo dato tempo a sufficienza. Ora fatti aiutare.

Più le parole uscivano dalla sua bocca, più il rumore nella mia testa si faceva assordante. Distolsi lo sguardo dal suo e cercai di concentrarmi su qualcos’altro per evitare di perdere il controllo.

  • Volete aiutarmi, ma non sapete nemmeno quale sia il problema…
  • Bene, allora diccelo una volta per tutte. Così magari non avrai più scuse per mandare a rotoli la tua vita!

Per un secondo la rabbia fu talmente grande che ignorai il rumore e lo guardai dritto negli occhi, ma invece di parole e spiegazioni mi uscirono solo lacrime.

  • Giulia, noi ti vogliamo bene… e non sappiamo più cosa fare con te…

Il rumore di mia madre si unì a quello di mio padre e sentii improvvisamente la testa così pesante che la immaginai sul punto di staccarsi dal collo e rotolare a terra.

  • Devo andare via…
  • Di già? Non possiamo rimandare il discorso per sempre…

Mia madre forse aveva ragione, ma io non ce la facevo più; presi il cappotto e corsi verso la porta chiudendomela dietro con forza. Scappare era l’unica cosa che potevo fare, l’unica cosa che sapevo fare. D’altronde era forse colpa mia se la testa, negli anni, mi era completamente impazzita?

Continua…

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