FILIDIVITA #15
Osservo la casa, illuminata solo dalla luce bianca di un cielo piovoso che entra dalla finestrella del bagno. Lascio la mente accompagnare lo sguardo e muoversi nei ricordi, con brevi soste, per non sentirli troppo forte. Eppure le percepisco bene, le lacrime che ho versato per questa casa. Sono diventate parte di lei, incrostate sull’intonaco giallo delle pareti, come tante piccole macchioline di umidità.
L’ho odiata, rifiutata, lei che doveva essere il mio rifugio, il mio porto sicuro… si è riempita di ansie, paure e notti insonni. Ho desiderato di abbandonarla, di cambiarla, di scappare dai problemi che mi dava. O forse volevo solo scappare dalle responsabilità di una vita adulta a volte difficile da sopportare.
Passeggio lentamente, una mattonella sì una no, e penso a quanto possa cambiare l’aspetto di una casa in base alla luce che vi entra. Com’è che, ad un certo punto, ho iniziato a vedere solo le zone d’ombra? Il buio che la riempiva e che ci buttavo dentro io.
Sospiro, afferro zaino e borsoncino, ed esco. Giro la chiave come se ogni mandata fosse una parola non detta, una gioia non provata, una paura non superata.
«Ciao… domani, quando tornerò, sarai ancora una volta diversa. Spero di esserlo anch’io.»