La prima volta che incontrai Paolo avevamo entrambi dodici anni. A quel tempo mio padre possedeva un piccolo ristorante vicino la libreria del suo e, tra una consegna e l’altra, erano diventati buoni amici. Un giorno mi portò con sé e tutta felice mi misi a curiosare tra gli scaffali dei libri; stavo quasi per prenderne uno in mano, quando una voce dietro di me mi congelò.
- Non ci pensare nemmeno a toccare i libri con quelle dita puzzolenti.
Mi girai di scatto e vidi un ragazzino alto e magrissimo, con degli enormi occhiali tondi che nascondevano brillanti occhi arancioni. Il suo commento non mi sembrò per nulla maleducato, anzi, mi limitai a pensare con sorpresa di aver trovato qualcuno che amava i libri almeno quanto me. Sapevo che usare più volte il sapone non era stato sufficiente a togliere l’odore di aglio, così mi tirai forte le maniche del maglione fino a coprire del tutto le mani e senza dir nulla sollevai le braccia per mostrargliele. Speravo un po’ che ridesse, ma dovetti accontentarmi di un consenso silenzioso. Da allora tornai spesso nella libreria, anche senza mio padre, e iniziai a leggere tutti i libri che potevo. Paolo aveva preparato una poltroncina apposta per me e qualche volta mi ci faceva trovare su dei libri che pensava mi sarebbero potuti piacere; incredibile come, pur conoscendomi così poco, riuscisse sempre ad indovinare i miei gusti! A distanza di un paio d’anni da quel primo incontro, mio padre decise di chiudere il ristorante; una brutta rinite cronica gli aveva quasi totalmente compromesso i sensi di gusto e olfatto e non era più in grado di cucinare. Non so se fu il dover rinunciare alla sua più grande passione, ma poco tempo dopo se ne andò e io e mia madre restammo da sole. Ci trasferimmo a casa di mia nonna materna, che da qualche anno soffriva di cattiva salute, in modo da aiutarla nelle faccende domestiche e ridurre le spese. La nuova casa era distante dalla libreria e pian piano io e Paolo ci perdemmo; frequentavamo scuole e amicizie diverse, nessuna scusa per incontrarci di nuovo… questo almeno finché non iniziammo l’università. Ritrovarsi lì sorprese entrambi, credo, ma per me fu un vero e proprio colpo al cuore: non sapevo più che fine avesse fatto quel ragazzo riservato e taciturno, smilzo e con gli occhialoni, anche i capelli si erano fatti più scuri. Gli occhi, per fortuna, erano rimasti sempre di quell’incantevole arancione. A lezione parlava e scherzava con tutti, era molto popolare, mentre io al contrario ero rimasta la ragazzina solitaria che si tirava le maniche dei maglioni, trascorreva le ore a leggere su una poltroncina e faceva amicizia solo con i personaggi dei libri. Fu lui a riconoscermi e ad avvicinarsi, tutto allegro, come se quegli anni di lontananza non fossero mai passati, come se anche prima di separarci avessimo avuto il tipo di rapporto in cui si chiacchierava tanto e ci si scambiavano sorrisi… Quel giorno ero così nervosa che per un attimo ebbi il timore di avere ancora le dita puzzolenti di aglio e istintivamente mi coprii le mani.
Negli anni successivi si instaurò tra noi un rapporto mai del tutto chiaro, fatto di momenti di frequentazione molto intensa e di altri in cui ci sentivamo solo per scambiarci gli auguri durante le feste. Quando prese in gestione la libreria del padre, mi invitò all’inaugurazione della nuova apertura per mostrarmi come l’aveva risistemata; mi fece anche vedere la mia poltroncina, dicendo che non c’entrava nulla con il resto dell’arredamento ma che sperava, tenendola, di farmi tornare un po’ più spesso lì a leggere libri. Fu quella volta, spinta dall’emozione di una sua così dolce premura, che ebbi la tremenda idea di confessargli il mio sogno più grande…
- Vorrei provare a scrivere un libro, magari più libri, perché no. Se dovessi riuscirci, mi piacerebbe vederli esposti nella tua vetrina.
Paolo aveva sfoggiato uno dei suoi sorrisi più belli, facendomi sentire una perfetta imbranata, ma un’imbranata felice.
Provai e riprovai a mantenere quella specie di promessa che gli avevo fatto, scrivendo ininterrottamente per i successivi due anni; una volta riuscii anche a completare un libro, ma nessuno me lo volle pubblicare. Il colpo fu così duro che smisi di sentirlo: rifiutavo le sue chiamate, ignoravo i suoi messaggi e alla fine anche lui sembrava avesse deciso di non contattarmi più.
Da quel momento trascorsi altri due anni senza scrivere nulla, perfino la lettura scomparve dalla mia vita; e senza libri, io non ero più viva. All’inizio la mia mente era piena solo di pensieri tristi che mi mortificavano come scrittrice e come persona, poi semplicemente staccai l’interruttore e iniziai a vivere come l’ombra di me stessa: non uscivo, ordinavo i pasti da ristoranti economici, e l’unica persona che vedevo era mia madre, quando una volta al mese mi si presentava a casa con “cibo sano” – come lo chiamava lei – e per fare un po’ di pulizie. Fu allora, nel momento più buio e inutile della mia vita, che fece la sua comparsa Greta.
***
- Insomma, ti svegli oppure no?
Una voce mai sentita prima mi risuonava nella testa, ma era al tempo stesso così reale che sembrava provenisse dal di fuori. “Allucinazioni uditive”, pensai.
- Sono ore che aspetto come una scema e mi sto agitando.
Una volta poteva essere un caso, ma due… Sentirla di nuovo mi fece svegliare del tutto, mi sollevai dal letto come punta da uno spillo e rimasi seduta ad osservarla.
- Tutto qui? È questa la tua reazione? Perfino io sembro più normale di te, andiamo bene!
Aveva ragione, eccome: chiunque nella mia situazione si sarebbe spaventato, avrebbe iniziato a strillare temendo di avere una ladra in casa o di aver visto un fantasma. Ma io ero calma, sapevo perfettamente lei chi era: come avrei potuto non riconoscerla? L’avevo immaginata proprio in quel modo, la sera prima, quando dopo due anni di silenzio la mia mente era stata attraversata da un pensiero… una piccola scintilla, che si era però subito affievolita. Giusto il tempo di appuntare un nome sul mio taccuino, per poi scarabocchiarci sopra e spegnere tutto di nuovo.
- Greta…
- Sì! Sì, esatto, mi chiamo così! Ma, pensa che buffo, è l’unica cosa che so di me. Anzi, è l’unica cosa che so!
Camminava su e giù per la stanza, mentre io continuavo a restare immobile; avevo prima bisogno di convincermi che ciò che stava succedendo fosse reale.
- Tu, in qualche modo mi hai chiamata tu qui. Perciò ora mi devi aiutare.
- Io? Ti sembro la persona adatta ad aiutare qualcuno?
Greta si guardò attorno confusa, sembrava si stesse accorgendo solo in quel momento delle condizioni del posto in cui era finita.
Passò il resto della giornata a studiarmi, in silenzio, lanciandomi strane occhiatacce ogni volta che facevo qualcosa che non le piaceva o che semplicemente non capiva; io per lo più cercavo di ignorarla, di comportarmi come al solito, ma la mia curiosità cresceva e sentivo qualcosa di nuovo agitarsi dentro di me. Ad un certo punto mi chiese perché non uscissi, dato che fuori era pieno di persone, e io le risposi che in casa avevo tutto quello che mi serviva. Non fu particolarmente insistente, ma nei giorni successivi rimase sempre più a lungo a sbirciare fuori dalla finestra, esclamando qualcosa di tanto in tanto per lo stupore. Una mattina mi svegliai e, cosa insolita, lei non era lì; non sapevo se rallegrarmene oppure no, che fosse semplicemente tutto finito? Quel pensiero mi procurò una fitta al petto, ma feci finta di nulla – o almeno ci provai – per qualche ora, poi iniziai a sentirmi nervosa; controllai ogni angolo della casa, senza riuscire a pronunciare il suo nome per chiamarla, infine mi assalì un dubbio. Corsi alla finestra da dove era solita affacciarsi e guardai fuori: i miei occhi si posarono subito su di lei e senza neppure infilare le scarpe mi precipitai in strada. Greta era accasciata a terra, poco lontano dal mio palazzo, e sembrava priva di conoscenza; nessuno si era fermato a soccorrerla, com’era possibile? Mi inginocchiai a terra e la presi tra le braccia, era come una bellissima bambola di porcellana senza vita che fissava nel vuoto. La trascinai a fatica dentro casa, sotto gli sguardi straniti dei passanti, la portai fino al letto e la distesi lì, ma non sapevo che altro fare. Chiamare un medico non sarebbe servito, sembrava che gli altri non riuscissero proprio a vederla; l’unica che poteva aiutarla ero io, la stessa persona che per due anni aveva smesso di preoccuparsi perfino di se stessa. Non ce l’avrei fatta, mai… Una lacrima mi scese sul viso, ma ci feci caso solo quando le lacrime aumentarono e si trasformarono in un pianto disperato. Il primo, dopo così tanto tempo! Mi misi sul letto accanto a lei e alla fine crollai, col suo nome sulle labbra.
- Dovresti alzarti ora.
- E tu non dovresti proprio esistere…
Quelle parole mi uscirono così spontaneamente che quando mi svegliai del tutto non ero nemmeno certa di averle pronunciate davvero.
- Greta, sei viva!
- Sì, sembra di sì. Be’, più o meno, non so di preciso cosa sono.
- Mi dici cos’è successo?
- Volevo uscire, vedere cose, incontrare persone. Ma non riuscivo ad interagire con niente e con nessuno. Sembrava fossi invisibile. Ho provato ad allontanarmi un po’ e all’improvviso si è fatto tutto confuso. Non ricordo di preciso… ho perso i sensi, credo.
Ero rimasta così a lungo con dentro il nulla che tutti quei pensieri concentrati in un’unica volta mi fecero venire un gran mal di testa. Mi alzai dal letto e presi a camminare, avevo bisogno di calmarmi e di riflettere, soprattutto, mettere insieme quei pochi pezzi che avevo per capire come comportarmi. Greta nel frattempo continuava a fissarmi, come una bambina ansiosa.
- Per ora, intanto, non allontanarti più da me. Una cosa del genere non ci era mai capitata, non credo sia stata una coincidenza che tu sia svenuta proprio quando la distanza fra noi è aumentata. Io e te… sì insomma, sembra che io e te siamo in qualche modo legate.
- Che gran fortuna…
- Potrei dire altrettanto!
- Ok, facciamo che siamo entrambe dei disastri, anche se per motivi diversi.
- Se dobbiamo vivere insieme, cerchiamo innanzi tutto di capire come funzioni tu… come funziona questo.
Trascorremmo settimane intere a parlare, a conoscerci. Sembrava che in qualche modo fosse uscita dalla mia immaginazione, eppure aveva una sua fortissima personalità; in poco tempo aveva già sviluppato gusti e idee tutte sue, più cose imparava e più ne voleva sapere. I momenti che preferivamo in assoluto erano quelli in cui inventavamo storie: mescolando realtà e finzione, tutto quello di cui eravamo solite parlare prendeva pian piano forma articolandosi sempre di più.
- Scrivi di me.
- Cosa?
- Hai detto che una scrittrice scrive libri e che nei libri ci sono storie.
- Sì, ma…
- Metti insieme tutto quello che abbiamo detto finora, se chi legge si divertirà anche solo un decimo di quanto ci siamo divertite noi, il libro sarà un successo!
L’idea mi fece ridere, ma Greta mi guardava decisa.
- Rendimi la tua protagonista.
Mi sforzai di tornare seria, aprii il pc in maniera impacciata e mi fermai qualche secondo davanti la pagina bianca: sarei stata in grado di scrivere di nuovo? Le mani, in aria sopra la tastiera, iniziarono a tremare… le chiusi a pugno e me le premetti sulle ginocchia.
- Mi spiace Greta, non ce la faccio.
- Devi solo mettere per iscritto quello che già hai in testa. Prova a fare chiarezza, troverai tutto lì, ce lo abbiamo messo insieme.
Chiusi gli occhi e respirai profondamente; li riaprii dopo un paio di secondi e provai di nuovo a poggiare le mani sulla tastiera. Al primo contatto sentii un’ondata di parole travolgermi, Greta aveva ragione! Descrissi le scene che visualizzavo nella mia mente, una dopo l’altra, e andai avanti per ore senza nemmeno accorgermi che lei non era più accanto a me. Mi fermai, stanca ma euforica, e la trovai esattamente lì dove l’avevo lasciata: indossava abiti diversi, gli stessi che le avevo messo durante il racconto, non solo, altre cose si erano materializzate insieme a lei come per magia.
- Non puoi capire cosa è successo…
I suoi occhi erano spalancati e luccicanti, come quelli di chi aveva appena provato un’emozione troppo grande per poterla descrivere.
- Ero lì, ero nel libro! Io… ho vissuto tutto, proprio come l’hai scritto tu! Non ricordavo nulla di te e di questo mondo, vivevo solo una vita… diversa… mia…
- Tu… che? Come…
- Non lo so, ma è stato bellissimo! E guarda, quello che mi hai dato nel libro… in parte sono riuscita a portarlo fin qui! Non avevo mai avuto delle… delle cose…
Era così commossa che non aggiunse altro, e vederla felice in quel modo fu per me ancora più esaltante e sconvolgente della storia che avevo appena ascoltato.
Lavorai al libro per mesi, scrivendo e meravigliandomi tutte le volte. Quando lo presentai avevo il terrore di essere rifiutata di nuovo, ma al tempo stesso mi sentivo fiduciosa: ero certa di aver creato qualcosa di davvero buono e, soprattutto, stavolta c’era Greta lì con me…
Dopo aver ricevuto la conferma che il libro sarebbe stato pubblicato, ero al settimo cielo; mi sembrava di aver lavato via quegli anni di amarezza e di vuoto, mi sentivo rinata. Festeggiai con Greta e poi le chiesi di lasciarmi sola per un po’; ci avevo messo quasi tre anni, ma ero finalmente pronta a mantenere la promessa che avevo fatto a Paolo. Cercai il suo numero in rubrica e raccolsi tutto il coraggio che quella nuova vita mi aveva donato.
- Il mio libro… vorrei tanto vedere il mio libro nella tua vetrina.
Di cosa fosse successo in quegli anni, Paolo non mi chiese mai nulla. Anche durante quella telefonata, mi disse solo che per lui sarebbe stato un onore. Il libro fu subito un successo e in poche settimane organizzammo un evento per presentarlo nella sua libreria, stessa cosa accadde con il secondo volume; ormai lui aveva l’esclusiva su tutto ciò che riguardava il romanzo… e la mia vita.
Continua…
Bellissimo amore mio. Complimenti. Sei grande ma io l’ho sempre saputo.
Grazie mammi!
Adoro Greta!!!ahah
Mi fa piacere!!