FILIDIVITA #1
Sento il cuore scuotermi il petto e rimbombare nelle orecchie. Tutto il mio corpo e quello che ci sta dentro sembra contorcersi in risposta a quel pensiero che offusca la mia scarsa lucidità. Io, vittima di un destino ingiusto, che continua a sottopormi a delle prove troppo grandi da affrontare da sola. Che ho fatto di male? Non merito di meglio? L’ansia e la paura mi tengono sveglia da ore, tormentando la mia mente e il mio cuore.
«Sei una stupida, stai reagendo in maniera eccessiva. Controlla il respiro, rallenta il battito, smettila di contrarre ogni muscolo. Alexa, cerca suoni rilassanti… Un treno in corsa? Che notte di merda.»
Aspetto tanto, poi crollo. Quando riapro gli occhi la luce filtra già dalle persiane. Esco, una fuga da un luogo fisico che mi intrappola e ferisce.
Mangio una torta al cioccolato nonostante la nausea, chiacchiero con un amico, mi commuovo… Provo ad affittare un bambino dai cinesi per poter entrare nel parco, ma alla fine trovo una panchina al sole e decido di fermarmi lì. Osservo le gru da una parte, gli alberi con i fiori viola dall’altra… Questa città è tutta una contraddizione, una continua altalena tra il bello e il brutto. Riprendo a camminare, mi armo di coraggio e candeggina, ma non torno a combattere. Vado ad accettare.
FILIDIVITA #2
Mi guardo allo specchio prima di uscire: un disastro di donna, che sta pure invecchiando. «Vado a sudare, che mi frega se non ho lavato i capelli stamattina. Sarebbe come farsi la doccia a casa prima di andare al mare! E quelle due oscenità che mi sono spuntate sul viso?» Penso che oggi sarebbe proprio il giorno giusto per imbattermi casualmente nell’uomo della mia vita… e farlo scappare via subito.
Sdraiata a terra, sento le gambe dolermi. Socchiudo gli occhi e dal faro sopra la mia testa partono lunghi baffi di luce. Provo a contarli ma non ci riesco, un meraviglioso groviglio che mi ipnotizza… «Manteniamo» dice lui, e io mantengo e mi rilasso e quando sento «Invertiamo» non so quanto tempo sia passato. Forse ho dormito.
La musica ha un fastidioso rumore di sottofondo, ad un certo punto le note scompaiono e avverto solo quello… «È come la mia vita adesso. C’è la melodia, lo so, ma io sono concentrata solo sui ronzii.»
Sfido le leggi della fisica e della statistica, un moscerino riesce ad infilarsi nella mascherina e mi chiedo perché attraggo così tanti insopportabili insetti. Amori non ricambiati in questo 2020, forse perché ci siamo chiusi in(alla) primavera.
Cammino, mi guardo intorno… «Ma davvero i gabbiani mangiano i piccioni?»
FILIDIVITA #3
«Non esistono isole felici.»
Il coltello spalma il burro di soia sulla fetta biscottata e i pensieri nella mia testa seguono lo stesso movimento, fino a riempire bene gli angolini.
«Tutti hanno il diritto di essere tristi» sì, anche quelli da cui ti aspetti solo sorrisi. Nessun rifugio nasce accogliente, c’è sempre chi lavora duro per farcelo sentire tale. Pulisco il coltello sul tovagliolo, bisogna farlo prima di sporcarlo di nuovo.
«La vita è scambiarsi conforto a vicenda», perché se va bene la tristezza ci inonda a momenti alterni. Non è uno tsunami, furioso e violento, è piuttosto come stare con i piedi ammollo nell’acqua gelida, in pieno inverno. Infilo il coltello nel barattolo di marmellata e riprendo a spalmare. Pensieri sopra pensieri.
«La forza è dentro di te», è vero, te ne accorgi quando ti guardi in giro e vedi chi ami con i geloni ai piedi. Allora hai voglia di uscire dalla tua bacinella e avvolgerlo in un asciugamano caldo. Perché la tristezza non segue regole, e a volte inonda tutti allo stesso momento. Addento la fetta biscottata e la butto giù insieme ai miei pensieri.
Guardo il condizionatore imballato, sospiro, poi vado in bagno e tiro lo sciacquone. Aspetto, trepidante, che finisca il gorgoglio. Niente.
«Poteva andare peggio.»
FILIDIVITA #4
Sono seduta sul divano, in maglietta. Dovrei finire di cambiarmi, ma ho bisogno di una pausa. Mi lascio scivolare un po’ e resto a osservare le gambe stese e incrociate sulla sedia. Le percorro con lo sguardo come se fossero un sentiero, attorciglio una ciocca di capelli tra le dita… Che pace.
I problemi – quelli che c’erano ieri e il giorno prima ancora – sono sempre lì, non è cambiato nulla.
«Mentre la mente cerca ovunque le risposte, l’anima le ha già trovate dentro di sé». Forse la mia anima aveva solo bisogno di un po’ di pace e, mentre razionalmente cercavo le soluzioni affannando verso un presunto “stato migliore”, lei ha semplicemente deciso di staccare la spina. Così, senza dare preavvisi o chiedere permessi, tanto mica ne ha bisogno. Lei compie magie, come quelle che fanno diventare speciali le piccole cose. Mangiare un panino veg dopo averlo desiderato per mesi, passeggiare in città con amici, bere una birra ghiacciata, ascoltare il programma preferito alla radio… Tutto il resto poco conta, anzi, non ci penso nemmeno più. Ho voglia di cose belle, pensieri felici, e tanta tanta leggerezza.
Mi soffermo sulle punte dei piedi, le muovo, poi chiudo gli occhi e ringrazio il mio uccellino azzurro della felicità. «Nessuna gabbia, per te. Non ora.»
FILIDIVITA #5
Cambio il letto, le farfalle volano via e al loro posto arrivano i cuori. Stendo le lenzuola passandoci sopra le mani, piano e con gentilezza, perché le pieghe del cuore vanno trattate con cura. Hanno bisogno di un po’ di amore, quello che forse non è stato ricevuto e ha portato il cuore ad accartocciarsi su se stesso.
In sottofondo Radio 105 Weekend, sbrigo le faccende di casa canticchiando e accennando qualche balletto. A volte rido, in questa libertà che sa un po’ di solitudine… ma quanto mi piace ascoltarli? Oggi parlano di acciacchi e ci sono tantissimi messaggi. La mente corre ad un film che ho visto ieri “Men, women and children”… nulla di originale, solite storie sulle fragilità umane, ma ho avuto più volte voglia di piangere. Buttare fuori quelle lacrime che nascono così in profondità da riuscire difficilmente ad arrivare in superficie. Restano lì, a creare quell’umidità fastidiosa che a volte ti fa dolere dentro, come dei reumatismi dell’anima. La musica amplifica le emozioni, mi siedo un attimo confusa. Poi riprende l’elenco di acciacchi degli ascoltatori e mi torna il buon umore, perché la maggior parte delle persone ci scherza su. Ma sì, con certi dolori poi si impara a convivere…
Guardo il telefono, la mente viaggia di nuovo. «Come stai?»
FILIDIVITA #6
Sto dormendo da poche ore quando un rumore improvviso mi strappa dal sonno. Sgrano gli occhi e mi sollevo dal letto. Guardo la casa per qualche secondo, poi mi alzo e controllo un paio di posti… sembra tutto ok. Qualcosa che avevo usato ieri sera era caduto a terra, forse perché mal riposto. Torno a letto, sono stanca e mi riaddormento quasi subito, ma dopo un po’ mi sveglia un altro rumore. Vado dritta in cucina, pare venga dal frigorifero. Do un paio di botte e modifico la temperatura, per fortuna funziona.
«Voglio il teletrasporto.»
Durante la notte succede altre due volte, strani rumori mi afferrano negli incubi e mi riportano bruscamente alla realtà.
«Questa casa scricchiola come le ginocchia di una vecchia befana che si china a nascondere i doni sotto i letti dei bambini.»
L’ispezione della casa è sempre breve, così come il mio sonno. Intanto fa giorno e io mi sento distrutta. Disdico una colazione fuori, non ce la posso fare. Spengo la lucina che ormai non serve più e richiudo gli occhi. Passo la mattinata a letto, mi sveglio e riaddormento infinite volte…
Penso ad una specie di poesia che ho sentito ieri: “Una foglia cade silenziosamente sulla mia spalla. La mano dell’universo si poggia su di me. È così leggera.”
«Forse il mio era un tronco.»
FILIDIVITA #7
Siedo sulla panchina di un bel viale alberato. Ho già fatto tutto quello che dovevo, ma non voglio ancora tornare a casa. Starei sempre fuori, ultimamente. Durante il giorno, soprattutto, quando la città è piena di vita e sembra di partecipare ad una gran festa. La sera, poi, chi vorrebbe rientrare. Non così, almeno…
Incrocio le gambe e ci poggio su lo zaino. Sorrido, pensando a quella ragazzina tutta stilosa che ho salutato poco prima. Quanto è cresciuta! Mi tiro il magliettone, un po’ in imbarazzo, per qualche motivo mi son sentita più piccola di lei.
Il sole è caldo, ma un vento fresco fa volare via la stanchezza e il sudore.
«Mi piace fare esercizio», già… chi l’avrebbe detto. Massaggio i muscoli con la mente, oggi sono stata brava.
Resto così per un po’, nessun programma per il minuto successivo, farò quello che mi va. Scosto una ciocca di capelli che mi solletica la guancia, mi inumidisco le labbra… Ho sete. Dovrei fare una doccia. Temporeggio, sempre seduta sulla panchina, mentre i pensieri passeggiano lungo vicoli pericolosi dell’animo umano. Mi alzo, a malincuore, mi godo quei pochi passi ancora col sole sul viso e poi prendo la via di casa.
«Ho visto fin troppi fondo schiena oggi, rimpiango la vita bassa… gli shorts inguinali proprio no!»
FILIDIVITA #8
«Voglia di…»
Mi rigiro nel letto con movimenti caotici e lenti, attorcigliandomi alle lenzuola come una ciocca di capelli in una lunga treccia spettinata… Stordita da un sonno poco consumato, sento quelle parole che affiorano nella mia testa e hanno il sapore agrodolce di un lontano “Buondì”.
«Voglia di…»
Lascio che il corpo si muova a tempo, seguendo la voce dell’istruttore, mentre la musica mi carica e libera dal torpore del mattino. Quelle parole però non vanno via, anzi, sono così insistenti che mi chiedo se qualcosa di me le renda udibili anche all’esterno.
«Voglia di…»
Mangio una torta al cioccolato e mi sento appagata. Eppure no, sono ancora lontana da quello che sto cercando. Provo a distrarmi, a sorridere, a mettere da parte quelle parole… non è un buon momento. Sposto con la forchetta lo zucchero a velo e mando giù un altro boccone.
Il resto della mattinata mi appesantisce un po’, torno a casa e mi metto sul divano. Provo a chiudere gli occhi, ma restano sgranati e fissi sulla parete del condizionatore. Poi le sento di nuovo, quelle parole, come un formicolio che torna a percorrermi dalla testa ai piedi. Sospiro, perché non posso ancora abbandonarmi a loro.
«Voglia di…»
«…»
FILIDIVITA #9
Apro un foglio sul blocco note del telefono e inizio a scrivere. Non importa cosa, quando lo faccio vuol dire semplicemente che è arrivato il momento. Che voglio farlo.
Un bambino picchietta dei frutti caduti con un bastone, poi passa alle foglie attaccate all’albero e va avanti così per un po’.
Stavolta mi ripropongo di scrivere – almeno di sfuggita – la parola “lavoro”, perché un post pubblicato su LinkedIn dovrebbe parlare di quello, no?
Ma questo periodo è scombinato, nulla è dove “dovrebbe” stare. Non esiste più il cassetto dei calzini e quello delle mutande, è tutto messo alla rinfusa.
Mi godo la confusione, poi certe volte mi arrabbio perché non trovo quello che cerco, altre volte ancora scopro qualcosa che avevo dimenticato di avere. È questo che succede quando apri un cassetto senza aspettative o sapere esattamente cosa ci troverai. Ti sorprendi, sorridi, piangi.
Potrebbe anche succedere di uscire con un calzino al posto delle mutande e viceversa, attirando lo sdegno di chi ci vede andare in giro in quel modo. Ma la verità è che non importa. Non MI importa.
Due bambini agitano i bastoni contro la sorellina più piccola, lei si avvicina ad uno, lo picchia e ride.
Intanto rileggo il testo, di nuovo nulla sul lavoro.
«Però almeno l’ho scritto due volte!»
FILIDIVITA #10
Come un pennello sporco di nero intinto nell’acqua limpida… molecole trasparenti colorate di oscurità… Impossibile diluirla…
E nero sia.
FILIDIVITA #11
Premo il contenitore dello shampoo e continuo a farlo, imperterrita, anche mentre vedo il liquido colare abbondante tra le dita della mano e finire dritto nello scarico del lavandino.
«Eppure ero convinta fosse quasi finito.»
Succede, a volte, che la convinzione sia più forte dell’evidenza.
Mangio dal cinese, mi rilasso, e ascolto le parole della persona seduta di fronte a me. È come mettere del gel d’aloe sulla pelle scottata, una sorta di sollievo misto a piacere. Butto giù l’amaro, che sa di dolce.
Succede, a volte, ma dovrebbe succedere più spesso.
Torno a casa e penso che vorrei scrivere, aprire un blog, magari condividere con tante persone quel racconto in Rev.01 che ho sul desktop dai tempi della quarantena.
«Ma con tutta la roba che c’è in giro, perché dovrebbero leggere proprio me?»
Preoccuparsi, trastullarsi con mille domande è tanto inutile quanto naturale. Come portarsi a casa kit e campioncini dalle camere d’albergo; se non lo fai pare quasi peccato, ma poi finisce che non li usi mai.
Intanto osservo ansiosa l’oblò della lavatrice. Ho messo insieme tutto: capi bianchi e colorati, capi nuovi e già lavati.
«Sarà un disastro. Una tragedia annunciata.»
(Incrociamo le dita…)
FILIDIVITA #12
Eccola di nuovo, quella sensazione.
Come quando sogni di essere schiacciato con la faccia a terra, senza riuscire a muoverti o a respirare nonostante gli sforzi… Poi ti svegli e scopri che semplicemente stavi dormendo a pancia in giù. Odio quella posizione.
In questo caso però è anche peggio, perché so di voler disperatamente dire, fare, avere delle cose… ma è tutto troppo confuso. E quel tutto diventa come un doloroso grumo di energia bloccato nello sterno a cui non so dare nome né forma. E quando ci riesco, faccio un passo avanti e poi indietreggio, sempre. Non è vero che dipende solo da me, o forse sì?
Pesco a caso dalla memoria la scena di un film, dove un “giallo” dice ad un bambino biondo che non importa lui chi sia e quanto ami quella terra, per gli americani avrà sempre e solo la faccia del nemico. E io mi chiedo il vero nemico, allora, chi sia. Per me.
Guardo un piccolo schermo con su scritto 30°, arrotolo i pantaloncini e lego i capelli. Potrei accendere l’aria condizionata, ma mi impongo di resistere. Voglio godermi l’idea di conoscere il problema e la sua soluzione, stringo in mano il telecomando con una vaga illusione di potere.
Altra pesca nella memoria, una frase detta e ridetta per scherzo con un amico.
«Ricordati di soffrire.»
Rido.
FILIDIVITA #13
Sono sdraiata, con gli occhi chiusi, su un vecchio divano a due posti con gli angoli sfilacciati dalle unghie del mio Arturone. Ormai è piuttosto scomodo, ho detto più volte ai miei di cambiarlo, ma adesso che ci sono di nuovo sopra e penso a tutti i ricordi creati lì… Mi sembra il divano migliore del mondo!
Cerco di pescare nella memoria l’ultima volta che sono stata così rilassata, non la trovo. Intanto sento mia madre armeggiare in cucina e mio padre parlare al telefono di lavoro. Mi sono intrufolata nella loro normalità e ci ho ritrovato la mia pace. Posso finalmente chiudere gli occhi senza il timore che qualcosa sfugga al mio controllo. Non sono da sola…
È come se tutta la negatività di questi mesi abbandonasse il mio corpo lasciandolo stanco e dolorante.
«Tornare a casa mi ha riempito il cuore almeno quanto la pancia e le orecchie.»
La sera mi metto a letto, il letto della mia infanzia, con le lenzuola che usavo ai tempi dell’università, quando studiavo fuori.
«È il mio passato, la mia storia.»
Non ci sono ombre né rumori sconosciuti a spaventarmi, spengo la luce e mi ritrovo ad addormentarmi nelle stesse posizioni di sempre. Amo questo letto. Durante la notte sogno Arturone, il suo pelo bianco e rosso, i suoi occhioni dolci e furbetti.
«Bello essere a casa…»