- Dovresti alzarti.
- E tu non dovresti essere qui. Anzi, non dovresti proprio esistere.
Avevo pronunciato quelle parole come se fossero ormai un’abitudine. Aprii gli occhi scorgendo appena le gambe di Greta dondolare dalla cassettiera accanto al letto, li richiusi e mi voltai dall’altra parte schiacciando la faccia sul cuscino mentre il resto del corpo, pesante e immobile, sembrava non si fosse ancora svegliato. La federa accanto alla mia emanava ancora un inconfondibile profumo di gelsomino; lo respirai a fondo, come se volessi riempirmene i polmoni. Fui sul punto di riaddormentarmi, cullata da quella dolcezza che dal naso mi arrivava dritta fino all’anima, quando un’immagine – anzi, un ricordo – affiorò nella mia mente. Una stanza buia, un cuscino zuppo di lacrime ormai asciutte; ero soltanto un corpo vuoto che continuava a prendere e buttare aria pur di mantenersi in vita, aspettando il momento in cui non sarebbe riuscito a fare neppure quello…
- Lo sai che ora è?
A quelle parole mi voltai di nuovo e incrociai un raggio di sole che – superate le persiane – mi si infilò dritto fra le ciglia, colpendomi con tutta l’irruenza di un nuovo giorno che inizia. Portai una mano sul viso e provai a riaprire lentamente gli occhi; le gambe di Greta continuavano a fare avanti e indietro, come se danzassero al ritmo di una musica che non potevo sentire. Negli ultimi tre anni tutte le mie mattine erano iniziate così, con Greta che mi strappava dal sonno e mi riportava alla mia tanto assurda quanto meravigliosa realtà; non riuscivo più nemmeno ad immaginare un risveglio senza di lei…
- Sicuramente è ancora troppo presto. Non capisco il perché di tutta questa ansia, nemmeno fosse la prima volta.
- Dai su, c’è ancora così tanto da fare!
- No no, una doccia e sono pronta.
Mi sollevai dal letto con fatica ma, appena i piedi poggiarono a terra, cominciai a sentirmi nervosa anch’io, come se una scarica elettrica fosse partita dal pavimento e mi avesse attraversato tutto il corpo. Cercai di non darlo a vedere e nascosi per qualche secondo la testa dentro l’armadio, poi afferrai alcuni vestiti e andai a passo svelto verso il bagno, ignorando lo sguardo di disappunto che Greta continuava a lanciarmi da tutte le parti.
- Una soddisfazione mai eh? Se continui così non ti noterà mai…
- Pensi di seguirmi anche sotto la doccia o almeno lì posso stare tranquilla?
- Io di vederti nuda non ne ho alcuna voglia, ma forse lui potrebbe, se solo ti sistemassi un po’ di più…
Voleva farmi la predica, come al solito, ma il suo sembrava piuttosto il tono di una bambina che si divertiva a trasformare in gioco i noiosi problemi degli adulti; sospirai e le sorrisi tra me e me, perché in fondo mi piaceva, mi piaceva molto che qualcuno – lei – mi conoscesse così bene.
***
La libreria era già piena di gente quando arrivammo. Sbirciai nella sala senza farmi vedere, mentre le persone iniziavano a prendere posto e i giornalisti si sistemavano nei punti più strategici per foto e riprese. Sentii una goccia di sudore corrermi lungo la schiena e bloccarsi poco sopra la cerniera dei pantaloni; faceva caldo o ero semplicemente agitata?
- Ehilà, buongiorno.
La voce di Paolo mi fece quasi sobbalzare. Mi girai verso di lui con una mezza piroetta, sperando che la mia espressione non tradisse il miscuglio di emozioni che provavo in quel momento.
- Il tuo pubblico diventa sempre più numeroso e affezionato, molti hanno già comprato una copia del libro. Stavolta ho dovuto allestire la sala grande, se diventerai ancora più famosa non ci sarà abbastanza spazio per ospitarti qui!
- Ma io non potrei farlo in nessun altro posto, lo sai, forse è il caso che inizi a pensare di ampliarti.
Sorrise, e per un attimo mi dimenticai della folla, del libro, di tutto.
Mi ero già seduta tante altre volte su quella poltroncina, l’intera libreria mi era quasi più familiare della mia stessa casa; da piccola ci passavo le ore sdraiata, con le gambe a penzoloni, leggendo libri che a mala pena riuscivo a reggere in mano tanto erano più grandi di me. Non glielo avevo mai detto apertamente, eppure Paolo sapeva che quello era l’unico posto dove avrei voluto sedermi in una circostanza del genere. Mi sforzai di sorridere e annuire con naturalezza, ma in realtà stavo cercando – con scarso successo – di raccogliere in maniera ordinata le parole che avevo preparato giorni prima per quel discorso e che ora sembrava si fossero tutte ingarbugliate fra loro. L’introduzione di Paolo stava per finire e… cos’è che avrei dovuto dire? Tutto divenne improvvisamente più chiaro quando una mano, che solo io potevo vedere, si posò sulla mia: Greta era lì, seduta sul bracciolo della poltroncina, bella e fiera come sempre.
- È il nostro momento, forza!
Già, il “nostro”… Raccontai del libro ostentando una finta naturalezza, risposi alle domande e infine ascoltai le persone sedute di fronte a me applaudirmi, totalmente ignare di quello che stava davvero succedendo. Greta era rimasta in silenzio tutto il tempo, poi si era messa in piedi per guardare dall’alto il pubblico; quello era il suo momento preferito, finalmente poteva mostrarsi al mondo e sentire il calore di chi aveva aspettato quasi un anno per poter leggere di nuovo la sua storia. Giusto un’ombra le velava il viso, perché nessuno di quegli sguardi entusiasti sarebbe stato in grado di poggiarsi su di lei… Mi ritrovai a fissare il libro che tenevo fra le mani, con un misto di gioia e tristezza: era Greta la vera protagonista, lo era sempre stata, ma io ero l’unica a saperlo.
Anche stavolta avevamo scelto la domenica come giorno di presentazione del libro. All’inizio c’era sembrata una decisione azzardata ma il primo evento fu un discreto successo, il secondo ebbe il doppio dei partecipanti e oggi potevo riconoscere tanti altri volti mai visti prima, probabilmente nuovi lettori. Il rinfresco che Paolo aveva organizzato sembrava soddisfare i gusti di tutti, le persone si riempivano il piatto e a turno mi si avvicinavano per scambiare qualche commento; iniziavano complimentandosi e finivano sempre chiedendomi quando sarebbe uscito il libro successivo. A quella domanda mi limitavo a sorridere ed alzare le spalle, dicendo che non dipendeva solo da me. Nessuno capiva bene il senso della mia risposta ma non aggiungevano mai nulla, forse piaceva anche a loro quel certo alone di mistero che negli ultimi tre anni aveva avvolto la pubblicazione del romanzo. Quando in passato qualcuno aveva provato a scavare più a fondo sulla nascita della storia, avevo dato risposte vaghe accuratamente preparate perché fossero a prova di replica, e da allora su internet erano iniziate a circolare le voci più disparate. Una scrittrice sconosciuta che all’improvviso diventa autrice di una apprezzatissima e seguitissima serie di romanzi, chi non ci avrebbe fantasticato su? Ma neppure la teoria più strampalata si era mai anche solo avvicinata alla verità.
- Un’altra vittoria, ne ero certa!
- Ti ho vista curiosare per tutta la sala, devi stare più attenta.
- Sì sì tranquilla, non mi sono mai allontanata troppo da te.
- In bagno però potevi evitare di seguirmi, puoi aspettarmi almeno davanti la porta?
- La solita timida… esco, ma tu per favore fai in fretta e sistemati un po’ quei capelli.
- Fanno i capricci, lo sai che non sono disciplinati come i tuoi.
- Però almeno tu puoi guardarteli allo specchio…
- Stiamo giocando a chi è più sfigata fra le due?
- Nient’affatto, sappiamo già entrambe che vinceresti tu.
Non potevo vederla, ma sentivo i suoi passi cadenzati oltre la porta e la immaginavo con una qualche espressione buffa sul viso. Mi venne da ridere, forse perché in fondo pensavo che avesse ragione.
- Paolo è gentile, ma se tu non gli dai il via libera non si permetterà mai di provarci con te. Sei una donna, insomma, possibile che non sai lanciare dei “segnali”?
- Questa è una tua convinzione, lui mi vede solo come un’amica di infanzia che gli riempie la libreria e gli fa vendere un sacco di libri.
- Sei ingiusta, ora.
Aggiunse qualcosa che non riuscii a sentire per il rumore dello sciacquone e quando riaprii la porta la trovai tutta intenta a sistemarsi il trucco. Nel suo specchietto riusciva a riflettersi, glielo avevo dato come “strumento di scena” fin da subito, ed era stato il primo di una lunga serie di capricci che le avevo concesso dopo essermi fatta pregare per più giorni di fila, ma solo perché la trovavo particolarmente tenera quando fingeva di mettermi il broncio.
- Andiamo, voglio tornare a casa.
- Di già? Perché non resti un altro po’ con Paolo? Sai che so essere discreta…
- Sono stanca, e poi lui ha tante cose da fare, non voglio disturbare.
- Sei noiosa.
- E tu…
Mi interruppi nel mezzo della frase, quando mi accorsi che due signore erano appena entrate nella toilette. Salutai con un cenno del capo, in lieve imbarazzo, e uscii tirandomi dietro Greta.
Continua…
Ciao Silvia
bravo per il tuo blog e per il tuo modo di scrivere
che stranamente mi fa sentire vicino a te
con tutto il mio incoraggiamento
Ciao Xavier, ti ringrazio!
Sorellina….mentre io sto imparando a fare la mamma scopro cose di te che non conoscevo….ma in fondo non mi stupisco….secondo me hai un potenziale che con un po’ di fiducia ti darà belle soddisfazioni tutte meritatissime!!! Continua così…e forse questa Greta potrebbe dare dei buoni suggerimenti da seguire…ahah
Grazie sister! Scrivere mi fa bene e mi piace molto, ha un qualcosa di liberatorio anche…
Non si finisce mai di conoscere se stessi né gli altri, il bello è anche questo!
Questa Greta mi è assai simpatica…
Bravissima Silvia
😉
Ciao Amedeo, grazie di essere passato di qui! Spero ti resti simpatica anche in futuro…